di Michele Baboni

Questo articolo fa parte di una nuova rubrica curata da Vulcano Statale su SIR Journal

Il 29 maggio si è tenuto il primo turno delle elezioni presidenziali in Colombia, dove hanno trionfato il socialista Gustavo Petro, col 40,34% delle preferenze, e l’indipendente Rodolfo Hérnandez, attestatosi al 28,18%. Qualunque sarà l’esito del ballottaggio, che si terrà il 19 giugno, il vincitore dovrà affrontare quelli che sono i problemi del Paese.

Il verdetto della prima tornata elettorale è già da considerarsi storico, poiché nessuno dei due candidati appartiene all’establishment della politica colombiana, rappresentato dai conservatori e dai liberali. Dalla formazione del Frente Nacional, avvenuta nel 1957 a seguito della guerra civile tra conservatori e liberali, si è infatti assistito ad una sostanziale egemonia dei suddetti schieramenti, che si sono alternati alla presidenza con cadenza quadriennale fino al 1974 (ricordiamo che la Colombia è una democrazia presidenziale). Anche a seguito dello scioglimento del Frente, tutti i presidenti della Colombia sono sempre stati conservatori o liberali, ed è per questo motivo che, indipendentemente dall’esito del secondo turno, stiamo già assistendo ad un cambiamento storico, poiché il prossimo presidente non apparterrà a nessuno dei due partiti. Questo risultato riflette una certa insoddisfazione della popolazione nei confronti della classe politica che fino ad ora aveva governato il Paese, come dimostra l’indice di gradimento dell’attuale presidente Ivàn Duque Màrquez: secondo l’istituto mediatico Invamer, l’attuale amministrazione ha registrato l’indice di approvazione più basso della storia repubblicana della Colombia, poiché solo il 24% della popolazione colombiana approva l’amministrazione attuale.

Il livello elevato di insoddisfazione si può spiegare con diversi fattori, che rappresenteranno dei seri problemi anche per il futuro esecutivo. Anzitutto bisogna considerare l’alto tasso di povertà del Paese, il cui bilancio si è considerevolmente aggravato con la pandemia. Basti pensare che il Covid ha arrestato la crescita economica del Paese, dove dal 2019 la percentuale di persone che vivono in condizioni di povertà è aumentato del 7%, raggiungendo il 42.5% della popolazione totale. La Colombia rappresentava fino a pochi anni fa un’economia in crescita, che non vedeva una recessione dagli anni ‘30 e che, anche a detta del ministro del commercio Manuel Restrepo, rimane tuttora un mercato appetibile per gli investitori esteri. Ciononostante, il calo del Pil causato dalla pandemia nel 2020, pari al 7% del totale, ha avuto indubbiamente un impatto sulla società colombiana, al netto della crescita prevista per i prossimi anni. Il malcontento presente nella popolazione più povera, costretta a vivere sotto la soglia dei 90 dollari al mese, è degenerato in una serie di violente proteste a seguito di una controversa riforma fiscale promossa dal governo Duque, che avrebbe alzato la tassazione IVA su diversi beni, oltre ad inserire una tassa di solidarietà pari al 10% del reddito per coloro che guadagnano dai 2.800$ in su. In questo clima di forte contestazione, portato nelle piazze specialmente dai giovani, si trova indubbiamente una ragione del successo di due candidati che non appartengono alla storica classe politica del Paese; in particolare, si può sostenere che quello che più di tutti incarna la volontà di cambiamento sia Gustavo Petro, le cui istanze progressiste e innovative raccolgono la simpatia degli scontenti.

A quanto già detto si aggiunge inevitabilmente un altro fattore, ovvero la gestione dei flussi migratori provenienti dal Venezuela. Il governo colombiano ha investito nel tempo un’enorme quantità di capitali, ad esempio nell’’ampliamento di ospedali, scuole e servizi sociali, per accogliere un numero elevato di immigrati venezuelani (l’agenzia Migraciòn Colombia stima più di 1.8 milioni di residenti in Colombia). La comunità internazionale ha elogiato lo sforzo umanitario compiuto per rendere il percorso migratorio più sicuro, in particolare per le persone più povere e per le madri che hanno deciso di migrare per partorire in Colombia, data l’assenza di strutture sanitarie adeguate in Venezuela. Tuttavia, l’opinione pubblica colombiana, al contrario della comunità internazionale, pare non aver apprezzato la linea adottata da Duque. Infatti, secondo un sondaggio dell’istituto colombiano Invamer, la disapprovazione per la gestione dei flussi provenienti dal confine venezuelano è salita dal 34 al 56% dei cittadini, molti dei quali vivono sotto la soglia di povertà e non considerano in maniera positiva il supporto umanitario verso chi arriva da oltreconfine.  In sostanza, il rischio che si pone è che si venga a creare una frattura sociale tra la fascia meno agiata della società ed i venezuelani, con possibili derive xenofobe e violente verso gli immigrati. D’altronde la violenza è già un problema nelle zone rurali del Paese, dove i gruppi paramilitari e le Farc continuano a spargere sangue. A poco è servito l’accordo Stato-Farc siglato nel 2016 da Uribe, che non ha arrestato la violenza nelle zone dei “campesinos”, molti dei quali potrebbero risentire ulteriormente della presenza di immigrati non integrati provenienti dal Venezuela. Entrambi i candidati, ed in particolare Petro, hanno sostanzialmente appoggiato la politica migratoria di Duque, dato che è chiaro che, indipendentemente dal vincitore, la gestione della situazione sarà cruciale per la stabilizzazione sociale ed economica della Colombia.

D’altro canto, Rodolfo Hérnandez ha basato la propria campagna elettorale su quello che da molti colombiani viene considerato il problema principale del Paese, ovvero la corruzione. Secondo un sondaggio di El Paìs, l’80.9% dei colombiani considera la corruzione uno dei problemi principali del Paese, le cui istituzioni vengono percepite come deboli e sostanzialmente inaffidabili. Nel panorama politico del Paese aleggia infatti un clima di generale scorrettezza, tanto nella vita privata dei cittadini quanto nei piani più alti del potere. Ad esempio, secondo el Paìs, quasi il 50% delle persone ha avuto un’esperienza diretta o indiretta della compravendita del voto, una pratica chiaramente illegittima in uno stato democratico. Basti anche pensare all’arresto di Alvaro Uribe, avvenuto nel 2020 a causa del tentativo da parte dello stesso di corrompere dei paramilitari, al fine di incastrare il senatore progressista Ivan Cepeda. Il fenomeno della corruzione in Colombia non è semplice da spiegare, poiché gli attori coinvolti sono molteplici: si parla infatti dei narcotrafficanti (ancora presenti nonostante la caduta del celebre cartello di Medellin), degli imprenditori, grandi o piccoli che siano, e dello Stato stesso. Non capita di rado che i funzionari politici abbiano legami col narcotraffico, che si rende immune alla giustizia attraverso favori economici ai politici, oppure che appalti o concorsi pubblici vengano truccati in cambio di finanziamenti illeciti da parte degli investitori. A ciò si aggiunge un sistema giudiziario a sua volta assoggettato alla politica, e non immune a brogli o patteggiamenti illeciti, in cui la popolazione, ormai assuefatta agli illeciti, non nutre più fiducia.

In sostanza, il verdetto del primo turno delle elezioni indica nitidamente che i colombiani, siano essi progressisti o conservatori, desiderano un cambiamento. Un cambiamento necessario, date le condizioni socioeconomiche complicate del Paese e delle istituzioni in evidente declino. Pertanto, starà al vincitore risollevare le sorti di un Paese che, attualmente, appare in crisi sotto diversi punti di vista.

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