di Giulia Riva

Questo articolo fa parte di una nuova rubrica curata da Vulcano Statale su SIR Journal

“Alcune vite sono più uguali di altre vite”.

Così esordisce Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale della World Health Organization, durante una conferenza stampa virtuale tenutasi il 13 aprile 2022.

Il politico etiope ha sottolineato la drammatica situazione in Ucraina, a più di due mesi dall’inizio dell’invasione russa, con “4,6 milioni di rifugiati che hanno lasciato il Paese” e l’impossibilità di garantire servizi sanitari regolari nel territorio martoriato.

D’altro canto non ha esitato a ricordare che, sebbene l’attenzione riservata all’Ucraina sia molto importante, “nemmeno una frazione [di quell’attenzione] viene riservata al Tigray, allo Yemen, all’Afghanistan, alla Siria” e agli altri Paesi interessati da guerre e crisi umanitarie di vario genere.

Il mondo non sta trattando gli esseri umani allo stesso modo: “alcuni sono più uguali di altri. E quando lo dico, mi fa soffrire”.

Il Tigray, regione etiopica da cui proviene Tedros, è infatti nel pieno di una gravissima crisi umanitaria: la guerra, scoppiata il 4 novembre 2020, è giunta all’apice di una lunga serie di tensioni tra il governo federale, guidato dal primo ministro Abiy Ahmed, e il Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf).

In particolare, il casus belli sarebbero state le elezioni convocate nel Tigray nel settembre 2020, nonostante il governo centrale di Addis Abeba avesse imposto un lockdown su tutto il territorio (con conseguente slittamento delle elezioni nazionali a data da definirsi).

Fin dal 2018, anno della sua salita al potere, Abiy Ahmed ha dovuto affrontare le profonde divisioni (etniche, regionali, politiche) che dilaniano l’Etiopia. Attenendosi inizialmente alla promessa di imprimere una profonda svolta al Paese, ha avviato alcune riforme – tra cui il rilascio di migliaia di prigionieri politici e l’abolizione del divieto di costituire nuovi partiti – e siglato la pace con l’Eritrea, concludendo così un conflitto ventennale ed ottenendo il Nobel per la Pace nel 2019.

Ma le speranze sono durate ben poco: il programma di Ahmed, incentrato sul rafforzamento dell’unità nazionale, ha alimentato le critiche e i contrasti con le numerose autonomie regionali; mentre la rinnovata libertà di stampa ha generato di contro un’atmosfera di incitamento all’odio su base etnica. 

Ad oggi gli scontri continuano. La guerra civile tra l’esercito governativo (cui si sono unite le truppe eritree) e il Fronte di liberazione popolare del Tigray si è abbattuta violentemente sulla popolazione civile: numerose le accuse di violazione dei diritti umani, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, compiuti in particolare dagli amministratori civili nominati nel Tigray occidentale e dalle forze regionali e milizie irregolari della vicina regione di Amhara.

In un documento congiunto, Amnesty International e Human Rights Watch hanno denunciato una vera e propria campagna di pulizia etnica avviata nell’area, attraverso espulsioni ed omicidi, nonché stupri di guerra e pratiche di schiavitù sessuale.

E questo non è che un solo frammento dei conflitti, delle devastazioni e degli abusi che flagellano il mondo, lontano dallo sguardo dei media: dall’Africa, dove ben 31 stati sono dilaniati da guerre civili ed etniche nonché da fenomeni terroristici, all’Asia; dai troppo presto dimenticati Afghanistan, Yemen, Siria, Myanmar, fino a Colombia, Messico e America Latina in generale, dove cartelli della droga e gruppi ribelli proseguono i loro scontri all’ultimo sangue, coinvolgendo la popolazione civile.

Sì, alcune vite sono più uguali di altre vite.

E mentre la guerra imperversa in Ucraina e il numero dei rifugiati aumenta esponenzialmente di giorno in giorno, ci rendiamo conto che l’abbraccio della solidarietà non si tende in egual misura verso tutti.

Sì è già lungamente parlato delle terribili discriminazioni subite dai profughi mediorientali provenienti dalla Bielorussia, sull’onda della politica di pressione migratoria praticata dal Presidente Alexander Lukashenko lo scorso autunno, ai quali è stato impedito di attraversare le frontiere di Polonia, Lituania e Lettonia; e di quelle che hanno colpito persone non europee e non bianche residenti in Ucraina, tra cui moltissimi studenti internazionali, che avrebbero ricevuto un diverso trattamento a causa della loro etnia e religione, durante il tentativo di mettersi in salvo dalla guerra.

Ma la prospettiva peggiora ulteriormente al giungere della notizia che la Ministra dell’Interno britannica Priti Patel e il Ministro degli Esteri rwandese Vincent Biruta hanno firmato un accordo denominato “Migration and Economic Development Partnership”, il quale prevede che i richiedenti asilo giunti illegalmente nel Regno Unito vengano “trasferiti” in Rwanda, in attesa dell’elaborazione della loro domanda.

Di più: anche nel caso in cui venisse loro riconosciuto il diritto di asilo essi rimarranno in Rwanda senza poter rientrare nel Regno Unito.

Per quanto riguarda invece i richiedenti respinti, il governo del Rwanda deciderà se consentire loro di rimanere o se trasferirli altrove (nel Paese di provenienza oppure in un Paese terzo). In cambio di questo favore, il governo Johnson ha promesso il pagamento di 120 milioni di sterline.

No, non tutte le vite sono uguali. Ce lo dicono persino i nostri politici, a chiare lettere, quando ci parlano di “rifugiati veri, che fuggono da guerre vere”; sottintendendo al contrario che esistano rifugiati finti che fuggono da guerre finte.

Ma cosa può rendere un rifugiato più vero di un altro? E cosa intendiamo per guerra? Solo quella che si fa con le bombe e i fucili, con le mine antiuomo?

Non è guerra anche quella della fame, della miseria, della povertà che uccide? Non è guerra quella dei fenomeni naturali estremi, di una crisi climatica che le élite mondiali esitano ancora a riconoscere, ad affrontare?

La domanda si fa ancora più urgente mentre la crisi alimentare in Africa va peggiorando, aggravata dalla riduzione della disponibilità di grano ed orzo e dal conseguente aumento esponenziale dei prezzi: l’Ucraina è infatti uno dei maggiori produttori ed esportatori di questi prodotti, e la guerra si sta dunque ripercuotendo anche su quei Paesi che basano su di essa un’elevatissima percentuale del proprio approvvigionamento. Scarseggiano inoltre i fertilizzanti, forniti in gran parte dalla Russia.

Tutto questo in circostanze già molto gravi: come segnala Human Rights Watch, già prima della guerra in Ucraina gran parte dei Paesi Africani stava affrontando un’impennata dei prezzi dei prodotti alimentari, dovuta ad un forte innalzamento delle temperature e a fenomeni naturali estremi, come alluvioni, slavine, siccità (in aggiunta alla crisi economica globale causata dalla pandemia da Covid-19).

Molto colpiti i Paesi del Corno d’Africa, come Eritrea, Etiopia, Kenya e Somalia, che importano circa il 90% del loro fabbisogno di grano e farina e dove almeno 20 milioni di persone sono attualmente a rischio di morte per inedia; ma anche Guinea, Sudan, Nigeria, Congo, la già citata Eritrea e l’Afghanistan (troppo presto dimenticato), ormai alla quarta stagione di siccità e carestia.

Infine, il Sudafrica orientale è stato colpito in aprile da una devastante alluvione, uno dei peggiori disastri naturali nella storia del Paese: le piogge intense hanno causato inondazioni e frane, distrutto abitazioni, falcidiato intere famiglie.

Nonostante tutto questo, la normativa internazionale non riconosce ancora ufficialmente i rifugiati climatici, sempre più numerosi in tutto il mondo, che restano così privi di qualunque tipo di tutela.

In Libia decine di migliaia sono le persone in fuga, vittime inermi dei trafficanti di uomini; particolarmente dure le condizioni nei campi di detenzione, dove non si fa mistero delle ripetute violazioni dei diritti umani e i profughi subiscono abusi di ogni genere.

Forse, l’Occidente e i suoi media dovrebbero aprire gli occhi: puntare lo sguardo non solo laddove la guerra compromette i loro interessi, ma ovunque delle vite umane siano a rischio, ovunque le persone si trovino a lottare per un’esistenza più degna, per un futuro migliore, in pace, per la possibilità di realizzarsi al massimo delle proprie possibilità ed aspirazioni.

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