di Pietro Cattaneo

Il 25 aprile scorso il Nicaragua ha dichiarato unilateralmente di aver completato il processo di uscita dall’Organizzazione degli Stati Americani, di cui faceva parte sin dal 1948.

Sia Cuba che il Venezuela – Paesi che non hanno mai visto di buon grado l’OSA, da loro ritenuto uno strumento attraverso cui gli Stati Uniti esercitano indebitamente ingerenze nella sfera politica latinoamericana – hanno subito appoggiato la mossa della piccola nazione guidata da Daniel Ortega, rieletto lo scorso novembre con il 75% dei voti.

È proprio il mancato riconoscimento internazionale di questa elezione – ritenuta una vera e propria farsa poiché caratterizzata da numerosi brogli e anomalie, tra cui l’incarcerazione di tutti i candidati dell’opposizione – la goccia che ha fatto traboccare il vaso e che ha portato Managua a dichiarare già a novembre la volontà di abbandonare l’OSA, seguendo così le orme dell’alleata Caracas.

La stessa organizzazione, tuttavia, ha sottolineato in un comunicato stampa che la permanenza del Nicaragua al suo interno sarà effettiva fino alla fine del 2023, quando il Paese centroamericano  avrà onorato tutti gli obblighi derivanti dalla sua partecipazione.

Di conseguenza, l’occupazione della sede di Managua da parte delle forze di polizia nicaraguensi si configurerebbe come una “violazione delle più elementari norme internazionali”.

Alla base delle decisioni di Ortega sembrerebbe esserci anzitutto un malcelato anti-americanismo. L’Organizzazione degli Stati Americani, infatti, fu fondata alla fine del secondo conflitto mondiale su impulso degli Stati Uniti e ne è stata, di fatto, la longa manus nell’emisfero sud del continente: in prima linea nella lotta al comunismo durante gli anni della guerra fredda, ha poi rivolto la sua attenzione alla promozione delle politiche liberiste legate al cosiddetto Washington Consensus.

E infatti, come era prevedibile, la risposta statunitense all’azione di Managua non si è fatta attendere: il rappresentante USA presso l’Organizzazione, Brad Freden, ha infatti condannato duramente quanto avvenuto, evidenziando anche che “non si tratta di una sorpresa […] è tuttavia essenziale […] che vediamo [questo atto] nel contesto più ampio del chiaro e duraturo rigetto [da parte del Nicaragua] degli impegni che i nostri governi si sono assunti nei confronti della democrazia e dello stato di diritto”.

Ma c’è dell’altro.

Per comprendere a fondo le scelte attuate dal Nicaragua, infatti, è necessario guardare al di là dell’odio contro gli Stati Uniti, per quanto esso costituisca un elemento estremamente presente nel discorso pubblico nicaraguense e che spesso emerge prepotentemente in circostanze ufficiali, come nel discorso di insediamento che il presidente ha pronunciato nel gennaio scorso, all’inizio del suo quinto mandato.

È utile, invece, ricordare che la piccola nazione centroamericana porta ancora oggi nel proprio tessuto sociale e culturale le tracce profonde della rivoluzione sandinista, tra i cui protagonisti vi fu proprio l’attuale capo dello Stato.

A questo proposito, la storica Hilary Francis fa notare che uno di questi segni si sostanzia in una forma molto particolare di eccezionalismo, inusualmente – ma non sorprendentemente – sviluppata da un Paese molto povero e molto poco esteso.

La peculiarità di questo fenomeno, tuttavia, risiede nell’enfasi che viene data al dovere morale dell’individuo: emerge dunque una grande differenza rispetto ad altri casi simili – Cuba e Venezuela in particolare – in cui ad essere eccezionale è una caratteristica della nazione, unita alle particolari virtù dei cittadini della stessa.

Come ogni eccezionalismo degno di tale nome, però, anche quello nicaraguense porta avanti una narrativa manichea, che “divide il mondo tra esecutori illuminati di un destino morale e tipi ignoranti che bloccano la marcia del progresso” (Francis, 2020).

Non è difficile individuare in queste parole la visione del mondo del regime di Ortega, peraltro molto simile a quella di altri populismi latinoamericani: la purezza del Nicaragua è contaminata dalla presenza di organizzazioni e Stati ritenuti “diabolici strumenti del male“.

Quali possono essere, dunque, gli eventuali scenari futuri in questo contesto?

È possibile affermare con buona probabilità che l’uscita del Nicaragua dall’OSA acuirà ulteriormente le due tendenze parallele già in atto nella sua politica estera.

La prima riguarda l’isolamento internazionale di Managua, già evidente da tempo e esacerbato dalle ultime elezioni che, come già detto poc’anzi, non sono state riconosciute come legittime da numerosissimi Paesi, tra cui anche alcuni membri dell’Organizzazione degli Stati Americani.

La seconda è relativa al progressivo avvicinamento alle posizioni di Venezuela, Cuba e – in misura minore – Bolivia, nazioni fortemente critiche nei confronti degli Stati Uniti e del multilateralismo regionale, nonché legate per tradizione e cultura politica a quel “populismo gesuita” (Zanatta, 2020) che ha a lungo plasmato e tuttora dà forma ad una buona parte dello spazio istituzionale latinoamericano.

Foto: the Yucatan Times

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