di Michelangelo Cerracchio

Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro dello scontro delle civiltà.

Transustanziato nell’arena internazionale sotto le vesti del multipolarismo.

All’alba del 24 febbraio 2022 il mondo, inteso come occidente, si è svegliato in una nuova era.

Un’era in cui sono cambiati i connotati dell’ordine internazionale post bipolare. Un’era che non ammette più pericolosi universalismi, sorretti dall’unico polo del sistema internazionale, ma che ha aperto le porte al riconoscimento di una pluralità di eredità culturali che caratterizzeranno la politica internazionale e l’assetto del sistema internazionale negli anni a venire. Un’era in cui l’aggressione russa dell’Ucraina non ne è né la causa né la prima pietra, ma la sua più palese manifestazione – da quando l’ordine post bipolare ha raggiunto l’apice della sua parabola profetica nella seconda metà del primo decennio del nuovo millennio.

Percezioni incrociate

A scontrarsi, quindi, non sono solo l’Impero Americano e l’Impero Russo per contesa Ucraina, ma la civiltà occidentale e quella ortodossa, la modernità e la tradizione, l’egemonia liberale e il multipolarismo. Detto in termini schmittiani, la talassocrazia americana e la tellucrazia russa: seapower vs landpower. Le radici alla base di questo scontro di volontà, che ricalca la frattura tra la civiltà occidentale e quella ortodossa, risiedono nel più totale fraintendimento delle volontà di entrambi i belligeranti. Tuttavia, è inconfutabile il fatto che gli americani abbiano adottato una strategia aggressiva appena ne hanno avuto l’occasione senza curarsi troppo delle ripercussioni sulla percezione della popolazione russa. Innanzitutto, la guerra in Jugoslavia del 1999 ha fatto sì che il sentimento nazionalista putiniano russo si sviluppasse soprattutto come preoccupazione di una espansione della NATO verso est. Secondariamente, alla fine della Guerra Fredda spettava al vincitore la responsabilità di scegliere se umiliare lo sconfitto, gettando il germe di future guerre, o se includerlo nella riorganizzazione dell’assetto post-bellico. L’espansione della NATO fino ai confini della Russia rappresenta un’esclusione della Russia dall’ordine europeo post-bipolare.  

La cecità e tracotanza strategica dell’Occidente sono, purtroppo, il germe dei primi fraintendimenti tra i due belligeranti. Per Noi occidentali l’inclusione dei paesi europei democratici all’interno della NATO sembra essere la naturale tendenza dell’umanità, senza curarci della percezione degli altri in virtù della nostra natura: benigna proprio perché democratica. E anche se Noi, giustamente, promuoviamo con fierezza i nostri valori, non possiamo esimerci dall’accettare il fatto che le nostre azioni vengono percepite diversamente dai nostri antagonisti.

Guerra ibrida o guerra totale?

I bombardamenti su Belgrado, l’allargamento della NATO, il benvenuto della NATO a Ucraina e Georgia nel meeting di Bucharest del 2008, il sostegno alle rivoluzioni colorate, alle primavere arabe e alla rivoluzione di Maidan sono tutti esempi di intenzioni benigne percepite tutt’altro che positivamente dai russi. Tanto che, nel 2013, attraverso la pubblicazione su canali non istituzionali di un articolo passato poi alla storia come “Dottrina Gerasimov”, l’attuale Capo di stato maggiore generale delle Forze armate russe Valerij Gerasimov ha cercato di individuare i punti salienti di una strategia che consentisse ai russi di poter fronteggiare ciò che loro percepivano come guerra ibrida condotta dall’occidente.

In altre parole, ciò che Noi intendiamo con “guerra ibrida russa” deriva dalla percezione che i russi hanno riguardo alla guerra ibrida condotta dall’occidente con lo scopo di fare del loro spazio il nostro spazio. La risposta dell’occidente è stata, prima, quella di individuare in un framework interpretativo gli elementi che costituiscono la guerra ibrida e poi quella di pianificare una strategia di deterrenza basata sullo scovare, dissuadere e prevenire gli attacchi ibridi – sulla falsa riga della National Security Strategy americana del 2002.

Ma la definizione di guerra ibrida dell’occidente, ovvero l’insieme di mezzi economici, informatici, sociali, politici e militari puntati alle debolezze dell’avversario, è nient’altro che la definizione di guerra tout court. Su questa base, se è vero che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, allora si può affermare anche che la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi. Così facendo, però, si legittimata l’esistenza di una belligeranza permanente, di una guerra totale in cui non c’è più distinzione tra combattenti e civili e tra tregua, guerra e pace.

Framework interpretativo adottato dal Multinational Capability Development Campaign Countering Hybrid Warfare Project nel 2019.

Lo scontro delle civiltà

Questo per dire che non esiste una realtà universale che sentenzia il giusto e lo sbagliato in un gioco a somma zero, ma esistono molteplici percezioni, valide ognuna in riferimento ai propri codici culturali.  Ed è l’interazione di queste percezioni a determinare l’instabilità del sistema internazionale. Come anticipato nel 1996 dal professor Samuel Huntington, la fonte di conflitto nel nuovo mondo non è più né ideologica né economica ma culturale: gli Stati rimarranno gli attori principali nel contesto mondiale, ma i conflitti più importanti avranno luogo tra nazioni e gruppi di diverse civiltà. È vero che questa teoria sottovaluta parzialmente le divisioni all’interno delle civiltà stesse, ma resta una base affidabile per ragionare sulle macro-faglie evidenziate, e mappando le grandi potenze che incarnano queste civiltà si può comprendere l’effetto di queste civiltà sulla struttura del sistema internazionale.

Negli anni Novanta molti, tra cui Francis Fukuyama, erano convinti del fatto che la “vittoria” degli Sati Uniti sull’Unione Sovietica avrebbe innescato una reazione a catena che avrebbe trasformato i rimanenti stati autocratici, tradizionali e illiberali in stati democratici, moderni e liberali – eliminando così la violenza dall’arena internazionale sull’assunto (mai verificato) che i regimi democratici non si fanno la guerra tra loro. Al contrario, è in questo contesto che Huntington affermava che la fine del bipolarismo avrebbe riacceso, non sedato, le differenze culturali tra i gruppi di diverse civiltà.

Il sistema internazionale unipolare

Dopo il triennio 1988-1991, il mondo si stava avviando verso un unicum storico caratterizzato da un sistema internazionale guidato da una sola grande potenza, egemone (para)globale, ma ciò non avrebbe necessariamente comportato un mondo più pacifico. Anzi, visto che un sistema internazionale unipolare è un sistema estremamente volatile, incerto, ambiguo ed eterogeneo, era quasi inevitabile che avrebbe comportato una maggiore instabilità, peraltro senza poterne studiare le tendenze passate proprio in virtù della sua unicità storica.

La pratica dimostra come in seguito al collasso dell’Unione Sovietica non solo è aumentato il numero degli Stati mentre sono diminuiti i regimi democratici, ma sono anche aumentati i conflitti su faglie interetniche e di civiltà, molto spesso poi sfruttati dalle grandi potenze per farsi la guerra per procura. È importante menzionare che le spese militari non solo sono aumentate in virtù della proliferazione statuale quanto a causa del fraintendimento delle rispettive strategie e dalle conseguenti percezioni errate in assenza di chiare linee rosse, che le Grandi potenze utilizzano per definire il limite della loro egemonia, ovvero lo spazio all’interno del quale sono in grado di difendersi da interferenze esterne senza temere per la loro sicurezza. Fine ultimo di qualsiasi aggregazione politica di potere – Organization of power, for power.

Il nuovo (dis)ordine internazionale

Tralasciando il dibattito sul collasso del sistema internazionale – che riporterebbe il mondo delle relazioni internazionali ad un sistema di tipo pre-vestfaliano – e ipotizzando che l’ordine internazionale continui a fondarsi sulla polarità dell’arena internazionale anarchica, è comunque inevitabile che lo scontro delle civiltà abbia una forte influenza sul nuovo (dis)ordine internazionale. Il filosofo, (geo)politologo e consigliere russo Alexandr Dugin mette in allerta sulla natura della guerra in Ucraina come parte di una guerra totale non solo tra Stati Uniti e Russia, ma tra mondo occidentale e ortodosso, tra modernità e tradizione e, in termini geopolitici, tra seapower e landpower. Dugin mette quindi in relazione la guerra per procura tra Washington e Mosca con lo scontro delle civiltà e con la definizione della polarità del prossimo ordine internazionale.  La sua critica principale all’egemonia liberale è rivolta alla presunta universalità dei codici culturali occidentali e delle sue istituzioni democratiche – tradotta in geostrategia dalla National Security Strategy americana del 2002. Dugin, al contrario, sostiene che i russi stiano facendo capire agli americani di voler essere non l’unica civiltà del pianeta, ma una di esse. Una di tante. E su questo assunto propone un assetto multipolare che rispecchia più equamente le divisioni dell’umanità.

C’è però una differenza sostanziale tra tripolarità e multipolarità. Se il primo è il sistema più instabile e pericoloso che ci sia, anch’esso mai verificatosi nella storia, il secondo è quel sistema rimasto in piedi dalla Pace di Vestfalia (1648) alla Guerra fredda che ha condizionato la politica internazionale secondo le classiche logiche di potenza. Nell’ultimo quindicennio, l’ascesa dell’Impero Cinese e la resurrezione dell’Impero Russo, e quindi della civiltà sinica e quella ortodossa, ha scalfito la Pax Americanae ha indirizzato il sistema internazionale verso un tripolarismo tanto instabile quanto asimmetrico, dato che le due potenze revansciste sono (ancora) ben distanti geo-strategicamente dagli Stati Uniti. Sta proprio alla grande potenza conservatrice talassocratica saper giocare d’astuzia e mettere il nemico secondario contro il nemico principale, quindi la Russia contro la Cina, ben sapendo che mai i due colossi potranno essere interamente appiattiti l’uno all’altro. Ed è proprio paura della creazione di un monolite eurasiatico di tali dimensioni, che stravolgerebbe i rapporti di forza tra potenze talassocratiche e potenze telluriche, a spingere gli Stati Uniti a tenere ben divisi i russi dai cinesi.

Vignetta satirica giapponese della “Grande Guerra Europea”, 1914

Il peso dell’India

l tassello mancante di questa equazione riguarda la civilizzazione indù, ovvero quell’altro bacino culturale vicino e coeso abbastanza da poter avere un peso non trascurabile sulla triangolazione USA-Russia-Cina. Stringendosi attorno al quadrilatero securitario composto da Stati Uniti, India, Giappone e Australia (QUAD), l’India ha abbandonato la politica di semi-neutralità patteggiata durante la guerra fredda. Le ambizioni marittime cinesi di spingersi oltre le catene di isole che limitano l’accesso di Pechino all’Oceano Pacifico e a quello Indiano si scontrano con le proiezioni marittime di Washington e di Nuova Dehli.

L’India serve quindi agli Stati Uniti a contenere la Cina, sia per mare che per monti, ma soprattutto per lasciare alla Russia un’opportunità per evitare che Mosca si appiattisca troppo su Pechino se, com’è successo, Mosca e Washington possono facilmente arrivare ai ferri corti. Non a caso Mosca rimane il maggior esportatore di armi e grano verso Nuova Dehli ed entrambe riconoscono l’importanza della stabilità nell’Asia centrale. In futuro, inoltre, l’India rappresenterà potenzialmente il più grande bacino demografico dopo quello cinese, il che corrisponde ad un importante sbocco per i mercati russi se la collaborazione con i cinesi non risultasse esattamente quella di “amici senza confini”. 

Sotto il profilo demografico, l’astensione della maggioranza della popolazione mondiale (3.9 miliardi di astenuti – Cina e India in primis – contro 3,2 a favore) riguardo al voto per la condanna dell’aggressione russa dell’Ucraina in seno alle Nazioni Unite ha una duplice valenza. Primo: dimostra sia la volontà dell’India non voler pregiudicare i rapporti con la Russia sotto la pressione americana che l’estrema cautela di Pechino nella questione Ucraina per scoraggiare pericolosi indipendentismi (in primis Taiwan, Xinjiang e Tibet). Secondo: evidenzia una parvenza di equidistanza dei paesi dell’Africa e soprattutto dell’Asia. Dato il ruolo crescente dei paesi asiatici nella triangolazione USA-Russia-Cina, resta da vedere se manterranno l’equidistanza rinviando la scelta di campo in attesa di tempi peggiori o se saranno disposti a schierarsi apertamente contro Mosca sotto pressione americane.

Il risultato dell’equazione di potenza definirà la struttura, e quindi la stabilità, del sistema internazionale negli anni a venire. Ciò che è certo è che il mondo nel 2022 è molto più interconnesso, complesso e violento di trent’anni fa. L’accettazione del fallimento del liberalismo a livello globale aiuterà, forse, a comprendere il fatto che le Armi non sono più reperto da museo, che la Storia non è finita e che la Guerra non è scomparsa. Settant’anni di relativa pace nel nostro continente sono stati un lusso che le generazioni future, forse, non avranno il lusso di permettersi. A Noi tutti sta il compito di fare il possibile per limitare i fraintendimenti affinché la storia non rimi in Europa così com’è tristemente stato nella Storia.

Foto in copertina e vignette: La satira in cento vignette di Repubblica.

Vignetta satirica tedesca dell’Europa, 1914
Vignetta satirica russa dell’Europa, 1915

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