di Pietro Cattaneo

Nelle ultime settimane una grande scritta apparsa su un pannello luminoso in una strada di Mosca è diventata virale sul web, finendo per essere postata anche dai canali social dall’ambasciata russa in Italia.

In essa si può leggere che “in alcuni Paesi hanno deciso di non interpretare Šostakovič, noi invece abbiamo deciso che la musica di Vivaldi è sempre bellissima. Non si può cancellare la cultura“.

Il 25 marzo scorso, inoltre, Vladimir Putin – nel corso di un incontro con alcuni esponenti del mondo culturale moscovita – ha affermato che l’Occidente starebbe portando avanti una campagna contro la letteratura e la musica russa, citando in particolare la presunta messa al bando di alcuni compositori ottocenteschi e novecenteschi: Tschaikovsky, Šostakovič e Rachmaninov.

Queste dichiarazioni seguono la decisione presa a partire già dalla fine di febbraio da molti enti, fondazioni e istituti culturali occidentali, ovvero l’allontanamento o la cancellazione dell’esibizione di quegli artisti e musicisti di nazionalità russa che non abbiano espresso una posizione nettamente contraria nei confronti delle operazioni militari che Mosca sta portando avanti in Ucraina.

I due fatti sopra citati hanno finora alimentato un lungo, snervante e spesso infruttuoso dibattito sulla cosiddetta “cancel culture”, che non verrà ripreso in questa sede, assolutamente non adatta a questo scopo.

Essi, però, raccontano anche – tra le righe – quanto sia importante ancora oggi il ruolo della musica nel contesto delle relazioni diplomatiche, spesso percepite come aliene da ogni influenza che non sia collegata strettamente agli sviluppi geopolitici ed economici globali.

Gli stessi studiosi della diplomazia sono in difficoltà nel comprendere le cause di questo connubio apparentemente inusuale: se Jessica C. E. Gienow-Hecht fa notare che la musica è in grado di favorire il dialogo creando affinità emozionali attraverso mezzi non verbali, che riducono quasi del tutto le possibilità di incomprensione, Charles S. Maier ritiene che l’arte dei suoni abbia un effetto sulle relazioni internazionali solo nel momento in cui “promette un mondo oltre la politica”, inteso come “speranza che l’arte possa dissolvere confini, tentativi di controllo e politiche di contenimento”.

Si è messa in discussione anche la stessa universalità della musica: Olivier Urbain, ad esempio, la considera come un potente mezzo per “muovere le persone in ogni direzione, verso scopi tanto pacifici e nobili quanto violenti e distruttivi”.

Certo è che, qualunque sia la motivazione, questi due mondi vanno a braccetto da molti secoli: del resto – non a caso – il concetto di armonia è comune ad entrambi, come Baldassarre Castiglione faceva notare già 500 anni fa.

È ancora più antica la prassi di scambiare strumenti e partiture come doni diplomatici – un’usanza che ancora oggi sopravvive, per quanto non sia più così fiorente come durante il Medioevo e l’età moderna. In questi periodi storici, inoltre, erano numerose anche le figure di musicisti-diplomatici, come l’organista e cembalista Johann Jakob Froberger (1616-1667) che, preceduto dalla sua fama di virtuoso, fu a servizio dell’imperatore Ferdinando III d’Asburgo in alcune missioni tra Francia, Fiandre e Paesi Bassi.

Non mancarono neanche i diplomatici-musicisti: il barone von Swieten (1733-1803), ambasciatore del Sacro Romano Impero a Berlino, era grande amico di Mozart, Haydn e Beethoven e contribuì alla riscoperta dell’opera di Johann Sebastian Bach nella Vienna di fine Settecento.

Tracciare una storia esaustiva del rapporto tra musica e diplomazia in poche righe è praticamente impossibile, dal momento che questo intreccio ha prodotto numerosissimi frutti: dai brani scritti per celebrare la pace alle composizioni commissionate in occasione di un incontro internazionale o di un trattato, fino ad arrivare agli infiniti tour delle grandi orchestre sinfoniche sovietiche e statunitensi negli anni della Guerra Fredda, che avevano spesso luogo nei Paesi del blocco opposto.

Tutto ciò non si esaurisce nella musica classica: anche il jazz e il pop occupano ruoli di primo piano in questo contesto. Nel 2011, infatti, l’UNESCO ha istituito l’International Jazz Day, che da allora si celebra il 30 aprile di ogni anno per evidenziare “il ruolo diplomatico del jazz nell’unire popoli in tutti gli angoli del mondo […] rinforza[ndo] la cooperazione e la comunicazione”.

Anche un evento musicale non istituzionale ma avente carattere internazionale, come l’Eurovision, è in grado di influenzare notevolmente gli sviluppi delle relazioni tra Paesi.

Lo storico Dean Vuletic fa notare che lo sfruttamento di questo contest su un piano politico e diplomatico avviene in modo diverso a seconda del regime presente nelle nazioni partecipanti: se per gli Stati autoritari l’Eurovision è una grande opportunità per migliorare la propria immagine agli occhi del mondo, i Paesi democratici lo utilizzano per ergersi a promotori di valori di apertura e tolleranza in uno spazio pubblico europeo che è di fatto allargato rispetto a quello politico.

In definitiva, il rapporto tra musica e diplomazia è ancora oggi un fenomeno di grande intensità e attualità in continuo divenire, che – come ci racconta questa canzone di Elio e le Storie Tese – spesso prende forme e direzioni totalmente inaspettate…

Eccovi qualche altro consiglio di ascolto “diplomatico”:

  • La Cantata BWV 206 “Schleicht, spielende Wellen” (Scorrete lente, onde giocose) di Johann Sebastian Bach, scritta al termine della guerra di successione che coinvolse la Polonia nel 1734-35. Si tratta di un’allegoria del conflitto i cui personaggi sono i fiumi che attraversano i territori sassoni (Bach era al servizio del principe elettore di Sassonia, Federico Augusto II, direttamente coinvolto nella disputa) e polacchi. Un’analisi molto approfondita e interessante di questa Cantata può essere letta a questo link.
  • Imagine di John Lennon, eseguita come brano conclusivo dell’International Jazz Day nella versione di Herbie Hancock. Questo arrangiamento è appositamente strutturato per “riaffermare la retorica centrale dell’evento, che inquadra il jazz come linguaggio universale” (Dunkel e Nitzsche, 2019).
  • Permission To Dance del gruppo K-pop BTS, eseguito in questo video presso la sede newyorchese delle Nazioni Unite. La performance ha accompagnato l’intervento della band sudcoreana in occasione del Sustainable Development Goals Moment, che si è tenuto in apertura della High Level Week della 76ª Sessione dell’Assemblea Generale dell’ONU.
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