di Giulia Olini

Nonostante negli ultimi anni sia divenuto più frequente sentir parlare di “corsa all’Artico” per indicare l’aumento delle attenzioni rivolte all’area più a nord del mondo, la ricerca e l’analisi delle dinamiche geopolitiche in questo territorio sono ancora molto limitate. In effetti risulta spontaneo immaginare la regione nordica come  un contesto lontano dalle dinamiche dello scacchiere globale, caratterizzato da una relativa tranquillità ed esente dalle mire espansionistiche interstatali. Così facendo si cade però in errore, ignorando che qui, come nel resto del mondo, vige la dura legge della politica internazionale, ovvero quella della competizione tra potenze. La lotta per le risorse, sia materiali che immateriali, definisce e allo stesso tempo forgia le strategie nazionali di politica estera, non escludendo nulla e nessuno, sia sotto il profilo geografico che politico. Stati Uniti, Russia e Cina giocano a scacchi in modi differenti ma complementari e l’Artico, magari non nel breve ma nel medio-lungo periodo, si presta bene ad essere il prossimo terreno di battaglia nonché a divenire un nuovo strumento nella naturale propensione all’egemonia.

Per guardare alla geopolitica artica risulta necessario fare alcune premesse che, seppur potrebbero apparire banali, sono di fondamentale importanza per provare ad incastrare i pezzi del puzzle.

La regione artica comprende formalmente gli otto Stati che geograficamente – o politicamente – si trovano a ridosso del Mar Glaciale Artico, ovvero Norvegia, Russia, Svezia, Finlandia, Islanda, Canada, Stati Uniti (con l’Alaska) e Danimarca (con la Groenlandia). Per ovvie ragioni dovute alle peculiarità geografiche dell’area, le norme che regolano i rapporti tra gli attori sono quelle del diritto del mare regolato dalla Convenzione di Montego Bay del 1982 e da una serie di accordi pattizi bilaterali e multilaterali stipulati dagli stessi Stati nel corso dei decenni.

Con l’obiettivo di creare e mantenere un costante dialogo tra gli otto attori della regione, nel 1996, con la Dichiarazione di Ottawa, venne creato il Consiglio Artico, un forum per la cooperazione intergovernativa che garantisse nella regione uno sviluppo sostenibile, sia dal punto di vista ambientale che socio-economico. Sulla base del diritto del mare vennero poi definite le acque territoriali, le piattaforme continentali e le Zone Economiche Esclusive (ZEE) ovvero le aree marittime su cui uno Stato ha il controllo di tutte le risorse economiche e che si estendono fino a 200 miglia dalla linea di base della costa territoriale. Come si vedrà, soprattutto quest’ultimo concetto è nel corso del tempo diventato rilevante nella competizione tra potenze nell’Artico.

Ma perché l’Artico è sotto le mire dei principali Stati? E soprattutto, come si stanno muovendo le grandi potenze in questo contesto?

PERCHE’ L’ARTICO INTERESSA ALLE GRANDI POTENZE

La prima domanda necessita di una risposta articolata in tre punti.

In primo luogo, la regione artica è strategicamente una zona che fa gola: sul bacino artico si affacciano infatti le due masse continentali il cui confronto determina l’andamento dell’intero sistema globale, l’Eurasia e il Nordamerica. Proprio per questo, il Mar Glaciale Artico, nonostante valga solo l’1% del volume degli oceani, diviene la naturale proiezione delle tre grandi potenze.

In secondo luogo, in tempi recenti, grazie allo sviluppo della tecnologia e delle infrastrutture è diventato possibile affrontare e convivere con le condizioni estreme che caratterizzano l’estremo nord. Garantirsi una posizione nelle dinamiche geopolitiche di questo territorio offre l’occasione per assumere un ruolo attivo in uno snodo sempre più centrale per le relazioni interstatali. Grazie a tale posizione si potrebbe intelaiare un dialogo con le maggiori potenze in materia di sicurezza, di approvvigionamento delle risorse e di logistica commerciale.

In terzo luogo, la regione artica è divenuta particolarmente interessante perché sta subendo rapidi cambiamenti dovuti al clima: il surriscaldamento globale sta letteralmente aprendo le strade a nuove strategie di dominio. Negli ultimi decenni, il ghiaccio artico non solo si è ristretto ma è anche diventato molto più sottile: dal 1958 ha perso più della metà dello spessore; oggi il 70% è stagionale e nei mesi estivi si scioglie completamente. Per quanto questo discorso possa sembrare distante dalla politica, in realtà ha un valore di primo piano: con lo scioglimento dei ghiacci verrebbero meno tutte le principali difficoltà logistiche che ad ora rendono impossibile il sovraffollamento nell’Artico. Secondo le più recenti stime, l’Artico possiede il 30% delle riserve di gas naturale mondiali e il 15% delle risorse petrolifere non ancora scoperte. Risulta immediato comprendere quanto con l’emergere di nuove rotte economiche e marittime – come diretta conseguenza del surriscaldamento globale – possa fare gola ai principali attori.

COME SI STANNO MUOVENDO LE GRANDI POTENZE?

Cerchiamo ora di rispondere alla seconda domanda, analizzando sinteticamente le principali mosse di ognuna delle tre grandi potenze.

Stati Uniti. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e in particolare dopo la conclusione della Guerra Fredda, la strategia di Washington è sempre stata quella di impedire la nascita di una nuova egemonia regionale in grado di contendersi il primato di prima potenza globale. L’Artico in tal senso non è esente da questa visione. Al momento gli americani, sebbene controvoglia, si trovano costretti a guardare con attenzione ai cambiamenti geopolitici dell’area: l’Alaska si affaccia infatti sul Mar Glaciale Artico e per questo è suscettibile a possibili attacchi stranieri. Gli Stati Uniti non possiedono al momento delle navi rompighiaccio – al contrario della Russia – e sembrano intenzionati a temporeggiare su possibili grandi investimenti infrastrutturali. Nella consapevolezza però di portare sulle proprie spalle la responsabilità di essere la prima potenza mondiale, stanno irrobustendo le strategie di sicurezza nazionale. Sul fronte settentrionale è stato messo in cantiere un porto in acque profonde nei pressi dello stretto di Bering, sono stati schierati gli F-35 e i velivoli di sorveglianza presso l’isola di Adak nelle Aleutine. Sul fronte orientale è stata ristabilita la presenza sul varco Groenlandia-Islanda-Regno Unito grazie alla riapertura della II Flotta a Norfolk. È stato raddoppiato il contingente dei marines presente in Norvegia e in funzione anti-cinese sono stati promessi alla Groenlandia ingenti investimenti per la realizzazione di infrastrutture civili e militari.

Cina. Anche i meno esperti si rendono conto che la Cina ha come primo obiettivo quello di espandere le sue reti commerciali. Proprio per questo, nel contesto artico, Pechino si sta muovendo rapidamente nella consapevolezza che la conquista del passaggio a Nord-Ovest rappresenterebbe per l’intera Cina un’opportunità di crescita esemplare. Oltre ad essere diventata ufficialmente osservatore del Consiglio Artico nel 2013, negli ultimi 15 anni ha stanziato oltre 90 miliardi di dollari per la regione artica e ha siglato una serie di accordi con l’India per lo sviluppo di progetti energetici nella piattaforma continentale russa. Altri accordi, sempre in ambito di investimenti sul gas, sono stati firmati con il Giappone, alla luce delle recenti apprensioni di Tokyo in merito alle politiche cinesi. La strategia cinese nell’Artico si sta articolando soprattutto attorno all’installazione di numerosi centri di ricerca che hanno l’obiettivo di studiare approfonditamente tutte le peculiarità e le criticità di questo territorio: d’altronde per capire dove si trovano i giacimenti sfruttabili, le risorse ittiche e le possibili nuove rotte marittime diviene più che necessario utilizzare la scienza come strumento strategico.

Russia. A partire dal crollo dell’URSS, la prima ambizione di Mosca è sempre stata quella di riacquisire il titolo di grande potenza e di rientrare nel ristretto novero di Stati in grado di scrivere le regole del sistema globale.

La Russia possiede oltre 24.000 chilometri di costa oltre il Circolo Polare Artico e le sue coste coprono il Mare di Barents, quello di Kara, quello di Laptev e quello della Siberia Orientale. Ci sono oltre 2 milioni di russi che abitano nelle aree artiche e proprio in virtù di questi fattori, Mosca ha intenzione di svolgere un ruolo di primo piano nella regione nordica. Un obiettivo primario è certamente quello di garantirsi il maggior accesso possibile alle risorse naturali; a tal proposito Mosca ha negli ultimi anni rivendicato la sovranità su nuove acque e terre, in particolare dichiarando che le dorsali di Lomonosov e Mendeleev fossero suoi naturali proseguimenti sottomarini. Dal punto di vista militare, nel 2015 la Russia ha affidato a due Brigate Artiche i compiti di protezione della costa artica, delle aree e delle infrastrutture della zona Artica della Federazione Russa (AZRF). L’investimento più ingente è però stato fatto per la Flotta del Nord grazie alla creazione e alla progettazione di modernissime navi rompighiaccio in grado di muoversi anche nelle aree più estreme e di difficile accesso. Dal 2021, la Flotta del Nord ha inoltre assunto lo status di Distretto Militare mediante il Comando Strategico Congiunto, che ha l’obiettivo di essere un punto di riferimento per tutte le strutture di comando appartenenti al Distretto Militare Settentrionale. Anche tutte le altre infrastrutture e basi militari sono state ripristinate e rinnovate così come espressamente previsto dalla Grand Strategy del Cremlino.

QUALE FUTURO PER L’ARTICO?

Al momento, in termini geopolitici, la regione artica rimane ancora tra le più pacifiche del sistema internazionale ma già nel medio periodo la situazione potrebbe cambiare: la guerra in Ucraina ha ulteriormente inasprito le tensioni di molti stati artici con la Russia e in particolare quelle con i cinque membri del Consiglio Artico che fanno parte anche della NATO (Stati Uniti, Norvegia, Danimarca, Islanda e Canada). Nelle ultime settimane, l’Alleanza Atlantica ha infatti dispiegato in Norvegia oltre 30.000 militari che formalmente stanno prendendo parte ad un’estesa esercitazione con l’obiettivo di aumentare la capacità di lavorare e cooperare in ambienti con condizioni climatiche estreme. 

A fronte di tutte queste considerazioni, nonostante la geopolitica sia un animale in grado di mutare continuamente la propria pelle, sembra chiaro che il futuro dell’Artico sarà certamente più caldo, e non solo per quanto riguarda le temperature climatiche.

Foto: Lifegate

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