Di Michele Baboni

Questo articolo fa parte di una nuova rubrica curata da Vulcano Statale su SIR Journal

Nella giornata di domenica 3 aprile si sono tenute in Ungheria le elezioni politiche che hanno riconfermato al potere il primo ministro Viktor Orbàn, in carica da ormai 12 anni, nonostante l’opposizione si fosse stretta attorno al nome di Péter Marki-Zay, esponente indipendente, europeista e conservatore. Il risultato ha in parte disatteso le previsioni, col partito di Fidesz che ha ottenuto il 53% delle preferenze, a fronte del 35% conseguito dalla coalizione di opposizione.

I fattori che hanno influenzato questa tornata elettorale sono disparati e fondano le proprie radici nella storia del Paese. Anzitutto la guerra tra la Russia e l’Ucraina ha impattato significativamente le elezioni, risultando come uno dei temi fondamentali del dibattito pubblico. I cittadini ungheresi sono infatti sostanzialmente divisi tra coloro che empatizzano con il popolo ucraino e coloro che invece tendono a simpatizzare per Putin, accusando l’Ucraina e la NATO di aver provocato l’offensiva russa. Secondo l’analista Daniel Hegedus del German Marshall Fund, circa il 40% degli elettori di Orbàn sarebbe fortemente schierato a favore della Russia, il che mostra chiaramente la divisione della popolazione sotto questo aspetto. Del resto, pure l’amministrazione di Orbàn è legata direttamente alla Russia da diverse caratteristiche, dal modello di democrazia illiberale, ispirato per diversi aspetti da Putin, agli accordi economici ed energetici, come quelli inerenti la centrale atomica Paks e col progetto Paks II ancora in fase di realizzazione, ambedue a cura dell’azienda russa Rosatom nella provincia ungherese di Tolna (1). In virtù di queste vicinanze al Cremlino, Orbàn ha dunque mantenuto una linea di sostanziale imparzialità tra la Russia e l’Europa (pur strizzando l’occhio a Putin a più riprese), attirando così il consenso di coloro che temono un conflitto che, geograficamente parlando, non è per nulla distante. Non è da sottolineare inoltre il discorso della minoranza magiara sul suolo ucraino, in particolare nella zona della Transcarpazia, che secondo il governo di Budapest subirebbe da anni un processo di assimilazione culturale da parte dell’Ucraina.

Un altro fattore che bisogna tenere in considerazione è il livello di democraticità e correttezza del processo elettorale, in un Paese in cui le elezioni sono da considerarsi libere ma scorrette; per questo motivo l’OCSE ha inviato circa 200 osservatori indipendenti per monitorare le elezioni, influenzate significativamente dall’assenza di fonti di informazione indipendenti e dalla scarsa trasparenza degli organi governativi. L’indipendenza dei media è stata infatti compromessa con una modifica costituzionale del 2013, con cui sostanzialmente è stata legittimata la censura di tutti gli enti di stampa e televisivi indipendenti, in virtù della tutela della “dignità nazionale”; da questa riforma è partita una sostanziale censura degli enti indipendenti, talvolta con l’ausilio di mezzi di spionaggio (si pensi allo scandalo Pegasus, per cui si accertò l’utilizzo di un malware israeliano ai danni di due giornalisti di Direkt36) (2). Così facendo, si è sostanzialmente creato un monopolio dei media da parte delle emittenti televisive e delle testate giornalistiche in mano ai membri di Fidesz, che sono coincise con un maggiore spazio mediatico agli esponenti del partito di maggioranza, a discapito delle opposizioni (3). Inoltre, per le ultime campagne elettorali, avvenute prettamente sui media pubblici (ricordiamo, in mano ai conservatori), è stata con ogni probabilità utilizzata una quantità indefinita di fondi pubblici, sempre a favore del partito di maggioranza. Un altro aspetto importante da considerare è la legge elettorale attualmente in vigore, realizzata sempre nel 2012 e realizzata in modo tale da favorire il partito di Orbàn, attraverso la pratica del gerrymandering, ovvero la ridefinizione dei distretti elettorali, così come la modifica dei requisiti per i cittadini provenienti dall’estero, fortemente favorevoli al premier attuale nei Paesi limitrofi. In un contesto simile era difficile per l’opposizione fare di meglio, come constatato dallo stesso Marki-Zay, anche se i sondaggi avevano lasciato presagire una vittoria decisamente risicata di Fidesz; resta un punto interrogativo su dei presunti brogli denunciati dalle ONG ungheresi, che parlano di schede bruciate rinvenute in Romania o di autobus adibiti a portare le persone a votare a favore di Fidesz.

A seguito di queste elezioni, presumibilmente resteranno irrisolti diversi problemi interni al Paese, tra cui appunto la soppressione di diverse libertà civili ed un sostanziale e progressivo deterioramento del welfare, oltre alla piaga endemica e sistematica della corruzione. È per l’ultima delle questioni che l’Europa ha deciso di iniziare la procedura di sospensione dei finanziamenti del Next Generation EU all’Ungheria, una decisione legata alla violazione dello stato diritto che forse non sarebbe stata presa in caso di un cambio di regia dell’esecutivo ungherese. Secondo gli accordi del Recovery Fund, al Paese sarebbero spettati circa 7 miliardi di euro di finanziamenti, risultando di fatto uno dei maggiori beneficiari in relazione al rapporto tra entrate e contributi (4). Pertanto, l’Ungheria risulta sempre più isolata dal resto dell’Europa e, mentre il premier si scaglia contro le minoranze, le ONG e Soros, incolpandoli di tutti i problemi del Paese, per i cittadini ungheresi si prospetta un periodo di grandi incertezze, sospesi tra un’Europa sempre più distante e la Russia, un vicino di casa decisamente scomodo.

Fonti:

  1. https://www.limesonline.com/lenergia-della-russia-per-lungheria/97510
  2.  https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-caso-pegasus-31189
  3. https://www.cairn.info/revue-civitas-europa-2013-1-page-203.htm
  4. https://www.ilsole24ore.com/art/ue-via-meccanismo-che-sospende-fondi-all-ungheria-violazione-stato-diritto-AEtrkMPB

Foto: CNBC

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