di Alessandra Coletti

Gli ultimi due anni sono stati un banco di prova sia a livello nazionale che internazionale per quanto riguarda la gestione delle emergenze, la cooperazione globale e la resilienza dimostrata dagli stati nell’affrontare la pandemia. Inoltre, mai come nelle ultime settimane, l’attenzione internazionale si è focalizzata sulle fonti energetiche ed il loro approvvigionamento, dando nuovo impulso al dibattito sulla transizione ecologica e sulle energie rinnovabili.

La transizione energetica è uno dei tre pilastri su cui si fonda la presidenza indonesiana del G20, insieme ad una architettura sanitaria globale e alla trasformazione digitale. Attraverso questi tre cardini l’Indonesia si pone l’obiettivo di promuovere uno sviluppo economico sostenibile e inclusivo. Con il tema “Recuperare insieme, recuperare più forte”, l’Indonesia si approccia per la prima volta a ricoprire un simile ruolo all’interno di un forum internazionale, incoraggiando fortemente una cooperazione inclusiva che comprenda sia i paesi sviluppati che le economie emergenti, enfatizzando l’inclusività come caratteristica non solo del G20 ma anche della presidenza Widodo (rinnovata nel 2019 con un secondo mandato), per “non lasciare nessuno indietro”.

Nonostante l’Indonesia si sia fatta portavoce ed abbia evidenziato la pressante necessità di accelerare la transizione verso fonti energetiche più pulite, il paese ha registrato un aumento delle emissioni di CO2 causate principalmente dalla forte deforestazione e dall’ampio utilizzo di combustibili fossili, in particolare il carbone, per far fronte al fabbisogno energetico. La sostenibilità delle fonti energetiche e le politiche prese dall’Indonesia nell’ambito della mitigazione del cambiamento climatico sembrano infatti apparentemente insufficienti ed in contrasto con ciò che promuove il paese stesso.

Attualmente l’Indonesia è tra gli otto paesi che emettono più gas serra a livello globale ed è tra i dieci maggiori produttori di CO2 derivanti da combustione di carburate. È inoltre il terzo paese dipendente dal carbone tra le nazioni asiatiche dopo Cina e India – quest’ultima principale fornitrice di energia elettrica facilmente ottenibile e a basso costo – in quanto è non solo una delle principali risorse indonesiane ma anche una delle fondamentali fonti di guadagno derivante dall’esportazione.
Al fine di creare campi di palma da olio, di cui l’Indonesia è il principale produttore, vengono distrutte ingenti porzioni di foreste e territorio torboso (zone paludose che assorbono considerevoli quantità di anidride carbonica), abbattute e bruciate per ampliare la superficie coltivabile. Di conseguenza vengono rilasciate grandi quantità di Co2 nell’atmosfera; specialmente perché la torba, costituendo lo stadio iniziale del carbone, è altamente infiammabile e ad alte emissioni. Nel 1997 e nel 2015 la situazione è stata particolarmente drammatica, non solo per il picco di anidride carbonica rilasciata nelle regioni del Borneo e Sumatra, ma anche per le enormi nubi di fumo che hanno colpito Malesia, Singapore, Filippine ed altri paesi vicini, causando un aumento delle malattie legate alle vie respiratorie.

Il paese ha cercato di adottare politiche volte alla mitigazione del cambiamento climatico sia a livello nazionale che internazionale. Vi è stata, ad esempio, la creazione del Consiglio Nazionale sul Cambiamento Climatico nel 2008, l’istituzione dell’Agenzia REDD+ (responsabile della riduzione delle emissioni da deforestazione, degrado delle foreste e torbiere) e la moratoria forestale nazionale, che proibisce il disboscamento delle foreste primarie. Il paese ha inoltre siglato gli Accordi di Parigi del 2016 impegnandosi a ridurre le emissioni del 29% entro il 2030, percentuale che il paese prevede di aumentare se aiutata da finanziamenti internazionali. Gli stessi obiettivi sono stati riproposti nel 2021, quando il ministero delle foreste e dell’ambiente ha presentato il secondo piano d’azione per il clima dell’Indonesia alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, includendo anche una strategia a lungo termine. Gli sforzi però si sono rivelati insoddisfacenti: a causa di corruzione e mancanza di trasparenza, sono state riscontrate notevoli diminuzioni della superficie occupata da foreste in diverse province chiave, nonostante la moratoria sia stata resa permanente.

Nella fase finale dei negoziati della COP26 svoltasi lo scorso novembre, l’Indonesia ha rinnovato i suoi impegni attraverso l’istituzione di un regolamento che fissa un prezzo sulle emissioni di carbonio e crea un meccanismo per il suo commercio. Tuttavia, il governo indonesiano ha ribadito su Twitter che porre rimedio e tentare di arginare la deforestazione non può ricadere sulla crescita economica: “Il massiccio sviluppo sotto il presidente Jokowi non deve fermarsi in nome delle emissioni di carbonio o in nome della deforestazione”.

I settori delle foreste e dell’energia sono sia due delle principali fonti di sostentamento in Indonesia che i maggiormente inquinanti. L’esportazione di carbone ha generato 38 miliardi di dollari di guadagni solo nel primo semestre del 2021 ed i recenti impegni assunti dal governo indonesiano prevedono una ulteriore e massiccia deforestazione entro il 2040. Data la sua collocazione geografica, l’Indonesia ha del potenziale nel campo dell’energia solare e geotermica, ma le iniziative sono frenate dagli alti costi di installazione iniziali che dovrebbe affrontare il governo e dai complessi regolamenti indonesiani che rendono complicato per utenti aziendali acquistare energie rinnovabili da fonti diverse dal solare in loco.

La pandemia ha rallentato gli sforzi globali verso una transizione energetica efficace, efficiente ed attuabile; specialmente in paesi ancora in via di sviluppo come l’Indonesia, che a causa del Covid-19 ha registrato una grave crisi economica. La presidenza del G20 rappresenta però l’occasione per il paese di attuare e monitorare adeguatamente le riforme di cui esso stesso si fa promotore, di concretizzare il proprio impegno nell’ambito di fonti energetiche rinnovabili attraverso un’amministrazione trasparente, di “assicurare un futuro più pulito e luminoso per la comunità globale”.

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