di Pietro Cattaneo

Il 17 e 18 febbraio scorsi si è tenuto a Bruxelles il sesto vertice Unione europea-Unione africana, al quale hanno preso parte i capi di Stato o di governo dei Paesi membri di entrambe le organizzazioni.

L’incontro era già previsto per l’ottobre 2020 come corollario alla presentazione della comunicazione congiunta “Verso una strategia globale con l’Africa“, elaborata dalla Commissione europea e dal SEAE, in cui ci si proponeva di approfondire la cooperazione in numerosi ambiti di interesse per entrambe le parti: la pandemia, tuttavia, ha posticipato di oltre un anno il meeting, incidendo profondamente sulle priorità degli attori – peraltro caratterizzate, in alcuni casi, da una marcata divergenza.

Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha dichiarato che in questi due giorni «è emerso uno spirito nuovo, lungimirante e ambizioso che deve costituire il fondamento di questo rapporto speciale tra l’Europa e l’Africa». La visione comune e condivisa di questo partenariato si è sostanziata in un corposo pacchetto di investimenti da 150 miliardi di euro, chiamato “Global Gateway“, che contribuirà all’avanzamento delle due Unioni verso gli obiettivi dell’Agenda 2030 e dell’Agenda 2063 dell’UA.

Nello specifico, si è voluto dare uno stimolo alla crescita sostenibile, alla transizione energetica ed ecologica e al progresso nei settori del digitale, delle infrastrutture, dei trasporti e della mobilità, prevedendo anche degli strumenti specifici di sostegno relativi al sistema sanitario e di istruzione. Non sono però mancate le divergenze tra gli attori, in particolare in ambito migratorio ed energetico.

Nel primo caso l’Unione africana ha cercato di favorire l’ampliamento dei percorsi legali di migrazione, mentre l’Unione europea ha premuto sulla prevenzione della migrazione irregolare. Di fatto, quest’ultimo approccio ha prevalso: è stato preso in considerazione come prioritario e, in quanto tale, inserito nel documento conclusivo.

Nel secondo caso, invece, il motivo del contrasto era dovuto alla richiesta africana di utilizzare fonti fossili, alla quale però l’Europa ha risposto promettendo un sostegno a “percorsi equi e sostenibili verso la neutralità climatica“. Non è escluso, però, che questo punto sia destinato a rimanere prevalentemente sulla carta, considerate le conseguenze globali che la crisi ucraina sta avendo sul piano energetico

La definizione di questi obiettivi a lungo termine, tuttavia, non ha messo in secondo piano l’urgenza di intraprendere azioni mirate a lenire gli effetti sanitari ed economici della pandemia nel continente africano.

Il dibattito su queste misure è stato centrale nel contesto del summit, dal momento che le parti si sono più volte trovate ad esprimere in varie sedi opinioni e pareri in materia anche molto contrastanti tra loro.

Si è affrontato, in particolare, il tema dei vaccini. Da molti mesi, infatti, l’Unione europea difende la necessità di proteggerne la proprietà intellettuale presso l’Organizzazione internazionale del commercio, mentre l’Unione africana considera prioritaria la lotta al Covid rispetto agli interessi delle case produttrici.

A conclusione del vertice la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha assicurato che si riuscirà a trovare una soluzione alla questione entro la primavera, sottolineando l’importanza di favorire la produzione di vaccini da parte di Paesi che non ne hanno la capacità.

Nel documento conclusivo, tuttavia, non se ne fa cenno: si parla invece di come l’UE abbia deciso di sostenere la campagna vaccinale in Africa con la fornitura di 450 milioni di dosi entro la metà dell’anno in corso e con l’erogazione di 425 milioni di euro per potenziarne il ritmo e l’organizzazione.

A margine del vertice, inoltre, l’OMS ha annunciato che sei nazioni africane (Egitto, Kenya, Nigeria, Senegal, Sudafrica e Tunisia) saranno destinatarie del trasferimento di tecnologia necessario alla produzione locale di vaccini a mRNA.

Sul piano economico, invece, il sostegno al quadro comune per il trattamento del debito già previsto dal G20 nell’ottobre 2020 è stato integrato con la previsione di contributi volontari da parte dei singoli Stati UE per il raggiungimento della quota di sostegno di liquidità di 100 miliardi di dollari, destinata ai Paesi in maggiore difficoltà.

A distanza di oltre un mese dalla conclusione di questo vertice, è possibile ritenere che questa occasione abbia effettivamente costituito un nuovo punto di partenza nelle relazioni tra Unione europea e Unione africana, come ci si è affrettati ad evidenziare con tanta retorica?

È presto per poterlo affermare con sicurezza: è certamente più probabile che Bruxelles si sia resa conto del terreno perso in Africa nel corso degli ultimi due decenni e cerchi una strada per competere con la Cina, che da alcuni anni costituisce un partner fondamentale per moltissimi Paesi africani.

A che punto siamo, dunque? Resta comunque molto da fare.

Affinché questi progetti possano concretizzarsi, infatti, è necessario uno sforzo istituzionale ulteriore. Da un lato occorre assicurarsi che la società civile ne sia a conoscenza e possa parteciparvi, per quanto ora il dibattito pubblico sia – giustamente – incentrato su altri scenari strategici e geopolitici; dall’altro, invece, occorre allontanare la tentazione di corredare gli accordi raggiunti con una serie sterile di policy prescriptions riguardante l’implementazione degli obiettivi prefissati.

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