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di Antonio Pellegrino

Francia. Il dieci aprile si terrà il primo turno delle elezioni presidenziali e, salvo sorprese, l’esito appare già scritto: si va verso la riconferma di Emmanuel Macron. A differenza delle precedenti consultazioni, dove la sfida tra il presidente uscente e Marine Le Pen aveva attirato l’attenzione del pubblico internazionale, questa campagna elettorale si è consumata sottotraccia, dentro e fuori i confini nazionali, offuscata da tematiche più urgenti e dalla natura stessa del quadro politico d’Oltralpe che si presenta stanco dopo la spinta propulsiva dei primi mesi.

Emmanuel Macron, una vittoria annunciata

Il presidente uscente vinse le scorse elezioni presentandosi come un outsider, la lista En Marche! segnò un punto di rottura con il precedente bipolarismo socialisti-gollisti, capace di attrarre l’elettorato progressista contrario alla proposta di Marine Le Pen e puntando sul mondo conservatore orfano di un partito repubblicano forte. Quest’anno la scommessa si regge sul ragionamento opposto: nessuno strappo con il sistema, Macron dà garanzia di stabilità e la formula scelta è quella della continuità politica. Il bisogno di certezze è il requisito minimo richiesto dall’elettorato francese e, da questo punto di vista, una caratteristica fondamentale è la dimensione internazionale del presidente. La guerra in Ucraina è scoppiata durante il semestre di presidenza francese del Consiglio dell’Unione Europea, condizione che ha portato Emmanuel Macron a concentrare la sua azione politica fuori dai confini nazionali ed assumere un ruolo di primo piano nella gestione dell’emergenza bellica, consolidando di fatto la sua posizione nei rapporti di politica estera. L’eventuale rielezione di Macron appare così una conseguenza naturale della politica comunitaria e dei recenti sviluppi continentali. La campagna elettorale del leader di En Marche! si è svolta fuori dai confini nazionali. Mossa probabilmente vincente.

Le vittime del derby a destra

Dall’inizio del periodo preelettorale, la sfida contro Macron si è giocata tra gli scranni a destra dell’Assemblea nazionale. Le Pen, Pécresse e Zemmour rappresentano tre diverse espressioni dell’area conservatrice transalpina, inconciliabili tra loro e per questo vittime di un conflitto annunciato. Marine Le Pen è alla sua terza candidatura ed in questi anni ha tentato di distanziarsi dalla storia estremista del suo partito (l’allora Front National, oggi Rassemblement National, sotto la presidenza del padre Jean Marie Le Pen è stato tra i principali partiti di estrema destra del continente), proponendosi come candidato istituzionale senza però rinunciare alla connotazione populista della sua proposta politica. Il passato rapporto con gli uomini del Cremlino non ha aiutato il tentativo di legittimazione e la guerra in corso non ha fatto che acuire il problema. Il giornalista Éric Zemmour, pluricondannato per istigazione all’odio razziale, ha tentato di capitalizzare sulla “svolta moderata” di Le Pen toccando i temi più cari all’elettorato di riferimento, dall’immigrazione alla sicurezza, caratterizzando la sua comunicazione con modi provocatori e sciovinisti. Il gioco ha fruttato nel breve termine, sottraendo voti ai due avversari interni e piazzandosi tra i possibili contendenti al ballottaggio, ma con la fine dell’effetto novità anche Zemmour si è ritrovato vittima del naturale meccanismo della politica: l’assenza di proposte concrete non ripaga sul piano elettorale. Tra i due litiganti è emersa Valérie Pécresse, candidata dei Repubblicani e presidente del Consiglio regionale dell’Île-de-France, che ha puntato sul voto del vecchio mondo gollista, un tempo rappresentato da Sarkozy e contrario alle derive estremiste della destra francese, auspicando un ritorno del vecchio quadro politico d’Oltralpe. “Né Macron né Le Pen”, lo slogan del vecchio partito è emblematico della linea di Pécresse che però si trova oggi schiacciata da due personalità troppo radicali per essere isolate. Stando agli ultimi sondaggi, è Le Pen la candidata che per ora ha più chance di accedere al ballottaggio e, se così fosse, non è impensabile che le stesse condizioni del 2017 possano riproporsi oggi.

La crisi della sinistra

Secondo gli ultimi sondaggi, Anne Hidalgo, sindaco di Parigi e candidata per il Partito Socialista, rischia di chiudere il primo turno con il 2%. Il risultato sarebbe la più grave sconfitta subita dai socialisti negli ultimi anni e sintomatica della crisi che ha colpito l’area progressista francese, situazione iniziata dalla fine della presidenza Hollande e peggiorata nel corso del tempo. Anche a sinistra è presente il problema della frammentazione: La France Insoumise, formazione della sinistra radicale, è l’unico movimento che negli anni ha guadagnato terreno e, stando alle proiezioni, il candidato Jean-Luc Mélenchon guadagna il terzo posto superando Zemmour. La fortuna di Mélenchon è stata quella di intraprendere a sinistra un discorso simile a quanto ha fatto Le Pen con la destra, sottraendo terreno ai socialisti sfidandoli sul terreno di piazza e delle rivendicazioni sociali. Un socialismo vecchio stampo che ha trovato forza negli errori dei socialisti. Mélenchon, tuttavia, pur avendo guadagnato l’elettorato militante non è riuscito ad attrarre il campo largo progressista, diffidente delle precedenti posizioni euroscettiche e antiamericane del candidato presidente. Questo schieramento oggi preferisce puntare sulla figura di Macron ed è qui che le conseguenze di quanto accaduto nel 2017 si fanno sentire ancora più forti. I temi allora caldi del dibattito, come l’emergenza migratoria e l’euroscetticismo, hanno modificato profondamente la vita politica del Paese lanciando nuovi attori e soggetti nella competizione elettorale. A pagarne le spese sono stati i vecchi protagonisti dell’Assemblea e questa condizione propria del Paese si somma al vero grande fattore di queste elezioni presidenziali: l’attenzione degli elettori è minima perché lo scontro è altrove.

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