di Erica Ravarelli

Questo articolo fa parte di una nuova rubrica curata da Vulcano Statale su SIR Journal

Quella che si sta consumando in Ucraina è una tragedia che pone fine all’«illusione» secondo cui, dopo i conflitti mondiali del secolo scorso, «la guerra non avrebbe più trovato spazio in Europa». Questo non significa, tuttavia, che altre tragedie ugualmente degne di essere raccontate non si stiano consumando nel resto del mondo, come non significa che altrettanti civili ugualmente degni di essere accolti non stiano cercando rifugio in Europa. Eppure, il fatto che i profughi vengano trattati diversamente a seconda della guerra da cui scappano sembrerebbe suggerire l’opposto.

È il confine polacco una delle zone in cui queste differenze si mostrano in tutta la loro criticità, tant’è che, mentre oggi i soldati polacchi si adoperano per distribuire beni di prima necessità a tutti i rifugiati ucraini, solo pochi chilometri più a nord sono stati gli stessi soldati a respingere per mesi i profughi siriani, iracheni e afghani provenienti dalla Bielorussia, negando loro qualsiasi forma di accoglienza e supporto materiale o psicologico. Si delinea, pertanto, uno scenario in cui la dignità dell’essere umano dipende dalla sua origine, dal colore della sua pelle, dalla lingua che parla.

Il caso siriano è forse uno dei più drammatici, e di conseguenza uno di quelli che più chiaramente rivela quanto siano gravi, e per certi versi paradossali, le discriminazioni subite dai profughi in Polonia. In Siria, infatti, il conflitto si protrae senza sosta da ormai 11 anni e le attuali condizioni in cui versano il paese e la popolazione non lasciano presagire un imminente miglioramento: al contrario, le sanzioni imposte dai paesi occidentali alla Russia di Putin in seguito all’invasione dell’Ucraina non hanno fatto altro che aggravare la situazione, provocando l’interruzione delle importazioni di cibo e carburante in Siria e accelerando la svalutazione della sterlina siriana. Insomma, non c’è dubbio sul fatto che anche i profughi siriani, come quelli ucraini, stiano scappando da una situazione drammatica e logorante, di cui, peraltro, Putin è corresponsabile. È qui, infatti, che il presidente russo ha fatto uso per la prima volta di “munizioni al fosforo, bombe termobariche e bombe a grappolo – vietate dai trattati internazionali – contro le strutture civili, prendendo di mira ospedali, scuole e mercati”. Un copione che non sembra presentare sostanziali differenze rispetto a quello che in questi giorni viene recitato sul territorio ucraino.

Va detto, tuttavia, che se i fatti riportati dai giornalisti al confine sembrano suggerire l’esistenza di discriminazioni basate sulla provenienza dei profughi, le autorità polacche si apprestano a negare questa versione. È stato in particolare l’eurodeputato polacco membro del Gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei a dichiarare all’Adnkronos che la Polonia accoglie tutti i rifugiati in arrivo “senza assolutamente alcuna discriminazione”, aggiungendo che gli unici episodi in cui un’effettiva distinzione è stata operata non hanno a che vedere con un presunto razzismo, bensì sarebbero dovuti alla presenza di “studenti indiani e africani senza documenti che volevano oltrepassare il confine, e si sedevano sugli autobus senza avere posti, perché i posti erano per i rifugiati”. Gli sarebbe stato, dunque, richiesto di lasciare spazio alle famiglie dei rifugiati.

Si tratta di dichiarazioni che si scontrano non solo con i racconti dei giornalisti ma anche con le testimonianze dei profughi provenienti dall’Asia e dal Medio Oriente. Impossibile dimenticare, inoltre, che pochi mesi fa, in risposta alla crisi dei migranti provocata dal presidente bielorusso Aljaksandr Lukašėnka, la Polonia aveva deciso di annunciare la costruzione di un muro. Parole a cui sono seguiti fatti concreti, poiché, come annunciato dalla portavoce delle guardie di confine polacche Krystyna Jakimik-Jarosz, i lavori che dovrebbero portare alla realizzazione del muro sono iniziati lo scorso gennaio.  

Sulla nostra percezione della guerra in Ucraina e sulla maggiore empatia che tendiamo a provare nei confronti dei profughi che da essa scappano ha riflettuto la giornalista del The Guardina Nesrine Malik, che fa notare come sia diffusa la tendenza a sottolineare che questa volta la guerra non si sta svolgendo in un paese “del terzo mondo”, bensì in Europa, che gli ucraini non sono “persone che scappano dal medio oriente”, ma sono “cristiani, bianchi, molto simili a noi”. E se è normale sentirsi istintivamente più turbati da ciò che accade a una distanza ridotta da casa nostra, dovrebbe essere normale anche interrogarsi sulla legittimità di quelle che sono reazioni spontanee, ma non per questo eque. Il rischio, prosegue Malik, è che le nostre distinzioni, del tutto arbitrarie, sfocino nell’elaborazione di sistemi di accoglienza che discriminano chi viene percepito come diverso, considerandolo di fatto immeritevole di sfuggire a una guerra per cui non ha responsabilità. Un destino che da anni accomuna molti popoli africani e medio-orientali, che oggi è toccato alla popolazione ucraina e domani, chissà, potrebbe toccare anche a noi.

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