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l’opinione di Mattia Sosio

Estonia, Lettonia, Lituania. Nelle lezioni di geografia della scuola dell’obbligo è questo il modo più frequente per recitare e cercare di ricordarsi di quei tre Stati che si affacciano sul Mar Baltico, al confine nord-orientale della vecchia Europa. Lo sforzo per ricordare qualcosa in più, tuttavia, non va solitamente molto oltre; e questo è un gran peccato, perché i tre piccoli Stati baltici avrebbero molto da raccontare – ed insegnare – se solo si volesse iniziare a conoscerli.

La Lituania, il Paese che fra i tre è per ragioni geografiche e storiche più indirizzato verso il nostro continente, ha una storia di fierezza e tenacia. Preda degli ultimi due secoli della politica aggressiva di potenze autoritarie, è riuscita infine a riottenere l’indipendenza nel 1991. L’invasione dell’Ucraina ha aperto però una sorta di vaso di pandora: le vecchie paure tornano a serpeggiare tra le case di Vilnius e i lituani si trovano costretti a fare i conti col passato. Un passato che speravano – e in fondo lo speravamo tutti come cittadini europei – di aver seppellito per sempre.

Il problema della Lituania è sempre stato quello di essere schiacciata dai più potenti vicini: a partire dalla Russia zarista, che la occupò a partire dal 1831. Col patto Molotov-Ribbentrop del 1939 venne invece assegnata alla zona di influenza tedesca, per poi passare sotto il controllo dell’Unione Sovietica in cambio di sette milioni e mezzo di dollari in oro e di un distretto polacco. La storia Lituana è insomma un’autentica testimonianza di resistenza. Per coronare la tanto agognata indipendenza il piccolo Stato baltico ha voluto fortemente entrare nell’Alleanza atlantica e nell’Unione Europea, e memore del proprio passato ha cercato a più riprese di diventare ambasciatrice delle battaglie di altri contro le forze illiberali.

Basti pensare che fino al 1939 Vilnius era una città abitata da una popolazione ebraica così numerosa da essere chiamata “Gerusalemme del Nord”, tanto che gli ebrei ne costituivano quasi un terzo della popolazione. Secondo il viceministro degli esteri lituano Mantas Adomenas c’è una ragione ben precisa se il suo Paese è diventato un baluardo contro le ditatture: “[…]la ragione più profonda è che sin dal Sedicesimo secolo accogliamo dissidenti”. In tempi recenti la Lituania è stata un vero e proprio rifugio per i dissidenti bielorussi che protestavano per la discussa rielezione di Lukashenka. Il sentimento antiautoritario è tanto incarnato nella popolazione che, ancor prima di una presa di posizione da parte del governo, dei privati cittadini si erano mobilitati per accogliere i dissidenti al confine. Anche quella che secondo lo spoglio indipendente delle schede dovrebbe essere la legittima presidente, ovvero Sviatlana Tikhanovskaya, si trova in esilio a Vilnius.

La Lituania si carica insomma sulle spalle le cause altrui, che essendo così simili a quelle da lei combattute un tempo sente un po’ anche sue. In questi anni Vilnius è diventata anche il luogo sicuro per gli oppositori del Cremlino: qui hanno trovato rifugio il sito russo di informazione Meduza – uno dei pochi ancora slegato dalla propaganda putiniana – e anche Leonid Volkov, uno dei più stretti collaboratori di Alexei Navalny. La Lituania, con gli altri due Paesi baltici, è l’unico paese che dopo essere stato parte dell’URSS è entrato nell’Unione Europea, e oltre a questo è riuscito a imporsi come un partner di confine affidabile, sempre pronto a schierarsi dal lato di quella che ritiene essere “la parte giusta della storia”.

È in questo contesto particolarissimo che va letta l’apertura a Vilnius del primo ufficio di rappresentanza di Taiwan in un Pese UE negli ultimi vent’anni. Chiamare la contestata isola con il proprio nome può sembrare un dettaglio insignificante, ma rappresenta un unicum nel panorama diplomatico internazionale, con il quale la Lituania ha di fatto rotto un taboo. La reazione della Repubblica Popolare – che fa di tutto per non dare un riconoscimento a Taipei – non si è fatta attendere: a dicembre Pechino ha bloccato gran parte delle importazioni dalla Lituania, mentre sul piano diplomatico ha richiamato il suo ambasciatore di stanza a Vilnius e ha chiesto al governo lituano di fare lo stesso con il corrispettivo ambasciatore a Pechino. La questione è diventata poi anche un problema europeo, quando delle aziende cinesi hanno iniziato a interrompere i rapporti con altre aziende dell’Unione le quali hanno parte della catena produttiva in Lituania. Il presidente lituano avrebbe poi giudicato come un errore quello di chiamare Taiwan con il suo nome autentico, ma il messaggio che si è voluto passare è chiaro: la Lituania sa cosa significa sopportare le pressioni di interlocutori più potenti, ed è anche nel solco delle sofferenze passate che prende o meno delle decisioni in politica estera. La questione dell’apertura dell’ufficio di rappresentanza di Taiwan a Vilnius è stato approfondito nel reportage di Giulia Pompili per Il Foglio, che ha deciso di visitarlo di persona e parlare a faccia a faccia con Eric Huang, il diplomatico che è uno dei volti di questa storica vittoria dell’isola.

Tornando al presente e tenendo a mente quanto detto finora sullo Stato Baltico, la guerra in Ucraina fa sorgere dei presagi tutt’altro che rosei per il popolo lituano. Avere un passato di resistenza all’oppressione significa anche essere più inclini a prestare ascolto a tali presagi, significa essere allenati ad aspettarsi il peggio e ad aspettarsi di tutto. Così il presidente lituano Gitanas Nauseda ha già firmato un decreto per dichiarare lo stato di emergenza, con la stessa rapidità con la quale nel 2015 è stata reintrodotta la leva obbligatoria, in seguito all’invasione della Crimea. Il 24 febbraio la Lituania, gli altri due Paesi baltici e la Polonia hanno invocato l’articolo 4 del Trattato dell’Atlantico del nord, il quale recita: Le parti si consulteranno ogni volta che, nell’opinione di una di esse, l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza di una delle parti fosse minacciata”. Il Segretario di Stato americano Antony Blinken, in visita in Lituania e Lettonia, ha assicurato ad entrambi gli Stati la protezione della NATO e il supporto americano in caso di qualunque gesto avverso da parte del Cremlino. Forse le preoccupazioni dei lituani potrebbero essere viste come esagerate, ma un rapido sguardo ad una carta geografica può rendere il senso di oppressione e preoccupazione avvertito dalla Lituania. Il Presidente Nauseda ha dichiarato al Financial Times di come la Lituania si senta schiacciata fra la Bielorussia – di fatto uno Stato vassallo del Cremlino – e l’enclave russa di Kaliningrad: la città di Kant e di Hanna Arendt, nonché una delle zone più militarizzate in tutta Europa.

La Lituania negli anni ha riscoperto la tenacia che l’ha liberata dall’oppressione sovietica, ha fondato una propria identità anche ponendosi come ambasciatrice degli oppressi e si è messa infine a loro disposizione.  Essa, però, si trova ora ad avere a che fare con i vecchi spettri guerrafondai del Novecento e sa benissimo che i timori, in guerra, non sono mai troppi. Con l’invasione dell’Ucraina ci si è ricordati di quanto un attacco possa essere inaspettato e condotto anche contro ogni logica. La Lituania osserva preoccupata, si prepara, ma spera di non trovarsi obbligata a rivangare lo spirito combattivo protagonista del suo passato.

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