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di Nicole Molinari

  Il Kurdistan è un’area geografica che si estende tra l’est della Turchia, il nord dell’Iraq, l’occidente iraniano e piccole porzioni di territorio a nord della Siria e dell’Armenia. Non è mai stato riconosciuto da nessun altro Paese come Stato indipendente, nonostante le lotte che si protraggono da più di trent’anni; solamente alcuni territori sono riusciti a conquistare una certa autonomia come la regione Rojava in Siria, la provincia autonoma dell’Iran, e la regione dell’Iraq riconosciuta dalla costituzione (Governo Regionale del Kurdistan – KRG). Il Kurdistan è abitato da circa 25 milioni di persone (costituiscono il 10% della popolazione siriana e 1/5 di quella turca) a maggioranza musulmana. I curdi sono considerati la più ampia minoranza etnica al mondo senza una nazione. La questione dell’indipendenza risale fino al primo dopoguerra, quando si era parlato di diritto all’autodeterminazione del popolo curdo, che però di fatto non è mai stata affermata tramite i successivi trattati che non hanno riconosciuto il Kurdistan. L’area è quindi rimasta oggetto di contese e conflitti per tutto il ventesimo e ventunesimo e si protrae ancora oggi.

  All’interno del territorio siriano, la questione curda si aggiunge ad altri problemi che affliggono il Paese, primo su tutti la guerra civile ancora in corso (per approfondire: “Una crisi nella crisi: gli effetti della pandemia sul conflitto siriano”), e la minaccia ancora viva dell’ISIS, nonostante la scomparsa dello Stato Islamico. L’enclave curda del Rojava (letteralmente “l’Occidente”) è stato creato nel 2014 nella zona nord-orientale della Siria, a seguito di rivolte contro il regime di Bashar al-Assad e dichiarato come territorio autonomo distaccato dal governo. I principali attori al suo interno sono i membri dell’Unità di Protezione Popolare (YPG), parte della più ampia organizzazione delle Forze Democratiche Siriane (SDF), le quali comprendono circa 13.000 militari e godono del supporto degli Stati Uniti.

  L’intervento americano nelle dinamiche militari della zona era mirato a cercare di limitare la presenza russa nel conflitto siriano, ma soprattutto a combattere il gruppo terroristico dell’ISIS, e la coalizione tra USA e SDF era considerata la più potente in grado di riuscire a sconfiggere il gruppo estremista. Negli ultimi anni le truppe americane si erano poi ritirate da parte del territorio per volere di Donald J. Trump, in parte per non compromettere le relazioni con il governo turco e in parte perché nel 2019 erano riusciti a riconquistare l’ultima porzione di territorio sotto controllo jihadista. Ciò ha lasciato spazio all’esercito della Turchia per invadere parte delle zone di confine, e alle forze islamiche per riorganizzarsi. Infatti, il 20 gennaio 2022, ha avuto luogo un attacco alla prigione di Hasaka per mano dell’ISIS, dove alcuni kamikaze e uomini armati hanno tentato di liberare 4.000 dei loro membri lì detenuti. Questo ha fatto sì che gli Stati Uniti tornassero attivi sul territorio, allarmati dall’improvviso riemergere del gruppo, riuscendo tramite un raid ad uccidere il leader Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi.

  Sul fronte turco, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), fondato nel 1978 da Abdullah Ocalan e riconosciuto come organizzazione terroristica da Stati Uniti, Unione Europea e Turchia, ha avviato a partire dal 1984 la sua offensiva con il fine di ottenere maggiori diritti e l’indipendenza dello Stato curdo. Gli scontri si sono protratti e intensificati con l’elezione a Presidente della Turchia di Recep Tayyip Erdogan e soprattutto dal 2015 in poi, quando il temporaneo cessate il fuoco raggiunto due anni prima tramite tentativi pacifici di risolvere la questione è fallito, a seguito di un attacco kamikaze da parte di un militante ISIS lungo il confine con la Siria. Inoltre, il tentativo di colpo di Stato avvenuto in Turchia nel luglio 2016 ha portato Erdogan ad arrestare possibili cospiratori e ad intensificare gli attacchi aerei contro il PKK.

  La lotta turca contro il PKK e i curdi in generale non si è limitata solamente ai confini della Turchia, ma ha coinvolto sempre più operazioni compiute in territori stranieri. In particolare, le forze turche si sono impegnate a combattere specialmente YPG e ISIS, prendendo possesso di alcune città e cacciando la popolazione curda che vi risiedeva cercando di allontanarla il più possibile dal confine. Oltre alla Siria, anche le frontiere tra Turchia e Iraq sono state teatro di scontri. Le offensive da parte turca in direzione del KRG si sono intensificate a partire dal 2018, spingendosi fino a 25 km al di là dei confini, di cui una delle più famose è l’operazione Claw. Queste non si sono mai arrestate, tanto che una delle più recenti, la cosiddetta operazione Winter Eagle, è stata portata a termine proprio nel febbraio di quest’anno tramite raid aerei contro postazioni occupate da PKK, YPG – che è vista da Ankara come un gruppo affiliato al Partito dei Lavoratori del Kurdistan – e altre organizzazioni ritenute ugualmente pericolose, le quali si trovano nelle aree a nord della Siria e dell’Iraq; quest’ultimo ha condannato gli attacchi come una violazione del proprio spazio aereo. “Our objective is to ensure the security of our 84 million citizens and our borders”, ha riportato il ministro della difesa turco Hulusi Akar, come giustificazione alle offensive turche.

  Sul versante iracheno, ulteriori sviluppi circa la questione curda hanno interessato anche le elezioni parlamentari tenutesi nell’ottobre 2021. Secondo l’ordine politico stabilito dopo l’invasione americana del 2003, l’incarico da primo ministro spetta ad un membro sciita, la presidenza del parlamento ai Sunniti, mentre il Presidente dell’Iraq deve appartenere ai curdi. La seconda carica è stata affidata a Mohammed al-Halbousi, che già ricopriva tale ruolo, e la legge prevede che entro 30 giorni dalla sua elezione debba essere nominato il Presidente. Ciò sarebbe dovuto avvenire il 7 febbraio 2022, ma la votazione è stata rinviata a causa del boicottaggio della maggior parte dei parlamentari contro la decisione della Corte Suprema che ha sospeso il principale candidato, Hoshyar Zebari, fino a che le sue accuse di corruzione risalenti al 2016 non fossero state risolte. Solamente 58 candidati su 329 si sono presentati in aula, rendendo impossibile procedere. Non si è ancora riusciti a procedere con l’elezione perché è sorto un ulteriore problema nella gestione della questione;  il tradizionale patto tra l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK) e il Partito Democratico del Kurdistan (KDP) prevede che il PUK elegga il Presidente dell’Iraq, mentre il KDP mantiene la presidenza del Governo Regionale del Kurdistan; tuttavia, il KDP sta tentando di ribaltare l’ordine cercando di detenere entrambi le posizioni tramite la stipulazione di un accordo con le altre principali forze parlamentari (Partito Taqaddum e il movimento Sadrista), in quanto risulta essere più popolare rispetto al PUK negli ultimi tempi.

  È stato stimato che più di 40 mila persone sono morte dalla fondazione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan fino al 2020 a causa degli scontri per l’indipendenza del Kurdistan. Le prospettive future non sembrano prevedere un miglioramento dello scenario, a causa di diversi fattori: il protrarsi del conflitto siriano; la presidenza di Erdogan; gli attentati islamici, che sono meno frequenti ma che in ogni caso si verificano; la presenza militare americana, che è ridotta rispetto al passato, non più così consistente e su cui è più difficile fare affidamento in modo stabile; infine, le divisioni interne che stanno sorgendo.

Ad oggi, l’ipotesi dell’acquisizione di una totale autonomia e il riconoscimento del Kurdistan come stato indipendente rimangono ancora un miraggio.

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