di Riccardo Seghizzi

Il vento di guerra che soffia dal confine ucraino batte su tutto il mondo ed incarna perfettamente il carattere della geopolitica e delle relazioni internazionali. Il mondo è altamente intercorrelato, la globalizzazione una realtà e la politica internazionale unita da un capo all’altro del globo.

Ciò che sta avvenendo sul fronte orientale dell’Ucraina ha avuto ed avrà ripercussioni nel Vecchio Continente, in Asia e Nord America, ed anche l’America Latina si aggiunge a queste lista. Localizzando geograficamente questa onda d’urto provocata dall’azione russa, si raggiunge la Colombia ed il Venezuela.

Le relazioni diplomatiche dei due Paesi latinoamericani sono da anni viziate da tensioni ed ormai logorate. Partendo dalla disputa di carattere marittimo per il golfo del Coquivacoa, passando per gli antipodi politici di Álvaro Uribe e di Hugo Chávez, ed arrivando agli scontri tra il governo colombiano ed i guerriglieri delle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – Ejército del Pueblo, i rapporti tra le due nazioni devono aggiungere un ulteriore strappo diplomatico, quello appunto provocato dalla crisi russo-ucraina.

Ad aver stremato le relazioni tra Colombia e Venezuela in modo particolare, è stato sicuramente il conflitto degli anni ‘70 tra i gruppi di guerriglia FARC-ELN ed il governo colombiano, ovvero la guerra civile colombiana. La disputa, durata oltre trent’anni, si è protratta per lo più sul confine tra Colombia e Venezuela, e vede i governi del palazzo di Miraflores parte attiva. Uno dei conflitti tra i più duri, longevi e massacranti di tutta la storia dell’America Latina, che ha visto accuse reciproche e continue tra i due Paesi, tentativi di cooperazione e colpi bassi. Il Venezuela in particolare, con Chávez prima e Maduro ora, ha sempre tenuto un profilo pragmatico e “gommoso” sulla questione, spesso aiutando le organizzazioni di guerriglia, poi fomentando la pace ottenuta con il presidente colombiano Santos, tornando sui suoi passi, dando molta liberà al confine ed ora schierando l’esercito bolivariano.

Il conflitto, dopo essersi spento nel 2016, ha ripreso ad accendersi nel 2021, facendo nuovamente ribollire il confine, poroso ed incontrollabile, di oltre 2200 km. Le dissidenze delle FARC sono tornate ad operare in frontiera, per il narcotraffico, e la diatriba tra Colombia e Venezuela ha ripreso auge.

La politica internazionale in questo specifico caso fa riemergere vecchi spettri ed azioni già viste. Infatti, la Colombia resta il principale caposaldo ed alleato degli USA in Sud America, ed il Venezuela invece è base amica da decenni della Russia. Già nella diatriba tra FARC e governo colombiano, il gioco forza Stati Uniti-Russia nell’area aveva fatto vedere la sua ascendente. Negli ultimi mesi è emersa la notizia e sospetto del coinvolgimento diretto dei miliziani russi in svariati scontri nella zona venezuelana di frontiera con Arauca. Mentre la Casa Bianca ha monitorato costantemente l’operato del nemico numero uno in Sud America, appunto Nicolás Maduro, e  continua nella sua vigilanza e pressione sul Venezuela.

Attualizzando queste influenze geopolitiche, la crisi russo-ucraina ha smosso pedine sullo scacchiere sudamericano, per mano russa e statunitense. Come detto, la Colombia risente molto di ciò che viene detto e deciso a Washington, provocando azioni e reazioni anche alla Casa de Nariño. Non a caso, qualche settimana fa il Ministro della Difesa colombiano, Diego Molano, ha lanciato senza mezzi termini accuse dirette alla Russia, per una presunta ingerenza nella frontiera colombo-venezuelana.

Consuetudine di questi ultimi tempi, arrivano la negazione e respinta delle accuse da parte di Mosca, e conseguente contromossa. L’ambasciata russa a Bogotá ha infatti aggettivato le dichiarazioni di Molano come inappropriate ed irresponsabili. A sostegno di ciò, i dati di intelligence della presunta ingerenza russa sono privi di fondamento e verifica. Successivamente non si è fatta attendere l’accusa della Russia, di una spasmodica ‘caccia alle streghe’ e di nemici fittizi tacciato di maccartismo.

La dose di accuse e tensione non è stata poi diminuita dallo stesso Molano, che il 3 febbraio scorso ha affermato che le forze armate bolivariane del Venezuela, Ejército Nacional de la Repùblica Bolivariana de Venezuela, stavano mobilitando truppe al confine con la Colombia, forti dell’appoggio, sostegno ed assistenza tecnica della Russia.

Questo specifico fatto, se reale, sarebbe sì un atto di ingerenza russa e una mossa fortemente indirizzata agli antagonisti a stelle e strisce. Le truppe indicate da Molano sarebbero dirette al confine, dove la lotta per il controllo del narcotraffico ha ripreso con veemenza e dal gennaio 2022 ha portato a 66 omicidi e 1200 sfollati, come riportato dalla defensoria del Pueblo colombiana. Per chiudere, il capo del dicastero della difesa colombiana, oltre ad accusare Mosca del supporto dato all’esercito venezuelano, ha criticato direttamente Maduro, reo di essere complice con il suo governo del traffico illecito e delle conseguenti violenze.

Dalle dichiarazioni colombiane, sfumate dagli USA, a quelle del ministro del Potere Popolare per la Difesa del Venezuela, Vladimir Pedrino López. In risposta al suo alter ego colombiano, López ha accusato Bogotá e la Colombia di essere divenuta una appendice del Comando Sud dell’esercito degli Stati Uniti, U.S Southern Command. Il riferimento del ministro è alle basi statunitensi installate in Colombia nel luglio 2020, per aiutare il governo di Duque a combattere il narcotraffico, ma con ben altra mira secondo il Venezuela.

Sul tema prettamente bellico e militare, va specificato come anche la controparte russa non abbia mai nascosto la possibilità di poter schierare truppe o risorse militari in Venezuela, ed ovviamente a Cuba, se gli USA e la NATO perseguiranno la strada dell’interferire con i confini e la sicurezza nazionale della Russia. Al momento però la Russia non ha praticamene nessun contingente armato in America Latina.

A suggellare ulteriormente questa pericolosa amicizia ci sono stati prima i 20 nuovi accordi commerciali siglati alla riunione della Commissione intergovernativa di alto livello (CIAN) a Caracas, con il vicepresidente settoriale dell’economia e ministro del potere popolare per il petrolio del Venezuela, Tareck El Aissami, ed il vicepresidente del governo russo, Yuri Ivanovich Borisov. In seconda battuta, dopo l’escalation russo-ucraina con il riconoscimento delle repubbliche separatiste di Lugansk e Donetsk e conseguenti eventi, il presidente venezuelano Maduro non ha perso tempo nel ribadire il suo più solido sostegno alla Russia con un tweet inequivocabile.

Un passo distensivo toccherà ora al presidente colombiano uscente Iván Duque, che si riunirà sicuramente nei prossimi mesi con l’ambasciatore russo nel Paese, Nicolai Tavdumadze, nel tentativo di sbollire gli animi e provare a ricucire lo strappo.

A fare da sfondo a questa situazione vi sono due contesti da prendere in considerazione. Il primo è appunto la crisi Ucraina, fatta di mosse ed azioni diplomatiche ben lontane dal confine con la Russia. Lo strappo tra Colombia e Venezuela rientra esattamente in questa categoria. Evidente è l’influenza che ha fatto smuovere le reciproche accuse, com’è evidente l’occhio attento degli Stati Uniti e della Russia sulla questione, così lontana sia geograficamente che politicamente dalle tensioni al confine russo-ucraino.

Il secondo contesto è invece quello nazionale della Colombia stessa, e degli scenari futuri dell’America Latina. Iván Duque è ormai ai capitoli di coda del suo mandato presidenziale, e senza possibilità di rielezione, con uno dei più bassi tassi di apprezzamento della storia e l’intenzione di voto per le presidenziali di maggio abbondantemente verso l’opposizione di Gustavo Petro. Questo scenario elettorale tutt’altro che roseo per la destra colombiana ha spinto il governo, a pochi mesi dalla tornata elettorale, a spostare l’attenzione verso uno scenario internazionale, nella speranza di recuperare terreno e consensi, appoggiandosi all’alleato statunitense e nel più classico dei cliché politici dell’accusare l’altro, piuttosto che elogiare il proprio operato.

Su più ampia scala, le elezioni presidenziali colombiane posso significare la perdita per gli Stati Uniti di un forte alleato nell’area, oltre che economico, anche strategico per la sua collocazione accanto al Venezuela ed a Panamá. Viceversa, una vittoria della sinistra in Colombia sarebbe oro colato per la Russia, che aumenterebbe ancor di più la sua sfera d’influenza nel Sud America, nonostante il favorito candidato Gustavo Petro non sia di certo paragonabile a Nicolás Maduro.

Sarà quindi interessante monitorare l’evoluzione dello strappo diplomatico tra Colombia e Venezuela, con un occhio di riguardo a ciò che accadrà nel Donbass, e con due spettatori molto interessati, gli Stati Uniti e la Russia.

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