di Alessandra Coletti

A partire dallo scorso 21 febbraio la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) dell’Aia ha tenuto delle udienze pubbliche riguardanti le presunte violazioni della Convenzione sul genocidio attuate dal Myanmar contro l’etnia Rohingya. La Corte sta infatti iniziando il procedimento per ascoltare le obiezioni preliminari del Myanmar nel caso intentato dal Gambia, che accusa l’esercito birmano di essersi macchiato di atti riconducibili a crimini di genocidio nel 2017, quando più di 700.000 Rohingya hanno cercato rifugio in Bangladesh a seguito di una forte repressione militare.

I Rohingya sono una delle numerose minoranze etniche presenti in Myanmar, di fede musulmana, stanziata principalmente nello stato del Rakhine. Nonostante siano presenti nello stato da secoli, il Myanmar, a maggioranza buddista, non li riconosce come cittadini ritenendoli immigrati illegali provenienti dal Bangladesh. Vengono infatti esclusi della legge sulla cittadinanza approvata nel 1982, la quale afferma che solo ai 135 “gruppi nazionali” presenti nel paese prima del 1823 è concessa la cittadinanza permanente; mentre i Rohingya non sono compresi poiché secondo il governo sono emigrati nel paese durante l’amministrazione coloniale britannica (post 1863), stabilendo così il quadro giuridico per la loro esclusione. Definiti dalle Nazioni Unite come “la minoranza più ignorata e perseguitata del mondo”, i Rohingya sono stati fin dagli anni ’70 costantemente oggetto di brutali attacchi da parte del governo, diretto responsabile della loro apolidia, e da parte della popolazione, spesso galvanizzata da monaci buddisti che sentono minacciata la loro identità culturale e religiosa. La classe politica ha perfino usato le politiche adottate contro gli impopolari Rohingya come tattica per guadagnare voti buddisti.

A causa del mancato riconoscimento, legalmente la popolazione non può ottenere le carte d’identità nazionali necessarie ad accedere a servizi fondamentali, come ricevere un’istruzione adeguata ed un impiego stabile, alimentando così l’insicurezza economica di questa minoranza. I Rohingya sono limitati nella loro libertà di movimento: non possono viaggiare liberamente all’interno o all’esterno del Rakhine in quanto ottenere il permesso necessario è molto complesso sia a livello burocratico, perché privi di cittadinanza, che a livello economico, poiché comporta un onere economico per molti non sostenibile. La stessa integrità fisica della minoranza è perennemente in pericolo, a causa della repressione militare subita. Sono frequenti, infatti, gli attacchi ai villaggi rohingi da parte dell’esercito statale nei quali vengono perpetrati stupri, omicidi di massa e la completa distruzione delle abitazioni e mezzi di sostentamento.

Le forti ondate migratorie, causate dalla situazione interna del paese, si ripercuotono non solo sulla stabilità regionale ma anche sulle stesse condizioni nelle quali versano i Rohingya. Negli ultimi anni i paesi confinanti, specialmente il Bangladesh, hanno reso la questione prioritaria nell’agenda politica, indicandola come uno dei principali problemi di sicurezza. Gli stati vicini hanno progressivamente respinto i migranti in cerca di asilo o li hanno collocati in campi profughi dalle pessime condizioni igienico-sanitarie. Nonostante il flusso costante delle migrazioni, il più grande esodo dei Rohingya è iniziato nell’agosto 2017 dopo una massiccia ondata di violenza che ha raso al suolo interi villaggi, sterminato migliaia di famiglie e ha comportato la segnalazione di massicce violazioni dei diritti umani; proprio a questo episodio fa riferimento il Gambia nella propria accusa.

Nel corso degli ultimi anni vi sono state diverse le iniziative a livello internazionale per cercare di porre fine alla brutalità verso i Rohingya. Nel 1991 diverse risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite condannarono le azioni del Myanmar contro i Rohingya; nel 2014 l’ONU ha chiesto al governo birmano di modificare la legge sulla cittadinanza del 1982 in modo che non discriminasse i Rohingya. Anche l’ASEAN, come organizzazione regionale e forum di dialogo, ha cercato attraverso incontri al vertice di affrontare il problema, non riuscendo mai a raggiungere però il consenso necessario.

Nel novembre del 2019 il Gambia – con l’appoggio dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC) – ha presentato una causa, “The Gambia versus Myanmar”, davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia. Il caso sostiene che le atrocità del Myanmar contro l’etnia Rohingya violano varie disposizioni della Convenzione sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio, che il Myanmar ha ratificato nel 1956. Nel dicembre 2019, l’allora leader civile Aung San Suu Kyi si è recata all’Aia per guidare la difesa del Myanmar, negando di fatto le accuse. Successivamente, è stata rimossa dalla carica nel colpo di stato del febbraio dello scorso anno dai militari del Myanmar. La giunta militare istauratasi non riconosce la cittadinanza del popolo Rohingya e si è sostituita al precedente governo alla CIG, sostenendone però le obiezioni preliminari già presentate, tra cui l’affermazione che il Gambia stia agendo come “proxy“, ossia come delegato, per l’OIC e quindi non sia legittimato nel portare avanti l’accusa, poiché la Corte si pronuncia solo sulle controversie tra Stati.

Dal colpo di stato, le forze di sicurezza della giunta hanno compiuto torture, violenze sessuali, arresti arbitrari e altri abusi che Human Rights Watch ritiene equivalgano a crimini contro l’umanità. La Missione d’inchiesta internazionale sul Myanmar sostenuta dalle NU ha chiesto di indagare e perseguire i comandanti militari del paese, tra cui l’attuale primo ministro Min Aung Hlaing per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra relativi agli abusi negli Stati Rakhine, Kachin e Shan dal 2011.

Lo scorso aprile è nato nel paese il governo di unità nazionale (NUG) formato dai i membri del governo spodestato, i rappresentanti delle minoranze etniche e gli attivisti della società civile, in opposizione all’attuale governo in carica. Nonostante abbia espresso l’intenzione di rappresentare il paese alla CIG accettandone la giurisdizione, la corte ha deciso di rimanere distaccata dalla questione del riconoscimento, dando la precedenza alla parte che controlla la maggior parte del territorio e dello spazio aereo del Myanmar, ossia la giunta militare.

Questo caso fornisce un’opportunità unica per la CIG di esaminare gli abusi dei militari in Myanmar, in particolare nei confronti dei crimini contro i Rohingya, susseguitisi impuniti fin dal 1962, quando i militari hanno per la prima volta preso il potere nello Stato. La corte non ha stabilito una data entro la quale emettere una decisione sulle obiezioni preliminari del Myanmar; tuttavia, si è mostrata interessata a risolvere il caso rapidamente e ha precedentemente fissato limiti di tempo più brevi per le dichiarazioni, date le “circostanze eccezionali del caso e la sua gravità”.

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