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di Lucilla Amerini

In queste ultime settimane le minacce sulla possibile invasione russa dell’Ucraina e le crescenti tensioni tra Kiev, Mosca, Washington e i suoi alleati NATO sono al centro di ogni dibattito politico. L’ipotesi dell’invasione territoriale si è pesantemente riverberata sulla nazione ucraina e sull’Unione europea. Se la crisi ha destabilizzato Kiev dal punto di vista politico ed economico, mettendone in grave difficoltà la Borsa, per l’Europa è soprattutto la sicurezza energetica ad essere alle strette. Infatti, questa dipende per il 40% dalle importazioni di gas russo, di cui una parte consistente di gasdotti, circa il 26%, passano per l’Ucraina, rendendo l’UE strategicamente vulnerabile.

Dopo un apparente allentamento delle tensioni, il 21 febbraio scorso il presidente russo Vladimir Putin ha firmato un decreto per il riconoscimento delle cosiddette “Repubbliche separatiste” di Lugansk e Donetsk ed ha annunciato l’invio di ulteriori truppe in quelle regioni per il giorno successivo, suscitando un’immediata reazione da parte di europei e statunitensi. Secondo l’intelligence americana, in questi ultimi giorni la Russia ha ammassato 150,000 mila soldati sul confine ucraino.

La possibilità di trovare un compromesso negoziale è ancora sul tavolo ma sembra sempre più difficile. Per quanto riguarda l’Europa, La presidente della Commissione Ursola von der Leyen ha commentato su Twitter la decisione del Cremlino definendola una grave violazione del diritto internazionale, dell’integrità territoriale ucraina e degli accordi di Minks del 2014 (ripetutamente violati da entrambe le parti), che avevano sancito la fine delle tensioni sulla Crimea tra Ucraina e Russia.

L’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, la Presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, e il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel si sono uniti alle dichiarazioni della Presidente della Commissione denunciando le azioni russe. Von der Leyen e Michel hanno annunciato un pacchetto di sanzioni da discutere con i ministri degli esteri europei in una riunione del 22 febbraio. La Casa Bianca aveva già ha annunciato nuove sanzioni sulla Russia il giorno prima.

Fino ad oggi, la reticenza europea nel prendere posizioni decise è stata determinata soprattutto dal fatto che la Russia è un partner economico ed energetico fondamentale. In Europa, l’Italia è la nazione più dipendente dal gas, che corrisponde al 42,5% del suo mix energetico, circa il doppio della Germania, ferma al 26%. Roma e Berlino sono le più dipendenti dal gas naturale di Mosca tra i principali paesi dell’area euro, ed è per questo che si sono mostrate reticenti nell’imporre le sanzioni sui russi volute da Biden in seguito al riconoscimento delle “repubbliche separatiste” da parte di Putin. Nel caso la mediazione diplomatica fallisse anche questi due paesi sarebbe costretti a adottare una linea più dura nei confronti di Mosca. In realtà sono molti i paesi europei che si affidano alle forniture del Cremlino, che, consapevole di questa debolezza, minaccia di tagliare drasticamente le forniture di gas per negoziare il suo controllo sull’Ucraina. L’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Slovacchia sono in assoluto i paesi europei più energicamente dipendenti dalla Russia.

La sicurezza energetica, ovvero la disponibilità di risorse energetiche ad un prezzo ragionevole, è essenziale per il funzionamento degli stati sia a livello industriale che domestico e militare. In questo ultimo periodo, l’aumento del prezzo del gas ha avuto un impatto sulla vita di cittadini con il notevole aumento dei prezzi delle bollette e dei prezzi al consumo. Questo può darci un piccolo assaggio di ciò che comporterebbe un peggioramento della crisi nel caso in cui il Cremlino decidesse di chiudere le forniture di gas agli europei. In ogni caso al momento questa non sembra ancora un’opzione per Putin che, durante il forum dei 6th Gas Exporting Countries tenutosi a Doha il 22/02, ha affermato che la Russia intende continuare la fornitura/a fornire “i mercati globali” di gas e GNL, sottolineando come le sanzione al gas russo possano inficiare gli sforzi collettivi verso la transizione energetica e gli obiettivi dell’abbassamento delle emissioni globali.

L’Europa sta cercando di rispondere alle minacce russe sul gas provando ad emanciparsi e trovare, almeno momentaneamente, suppliers e rifornitori di energia alternativi. Von der Leyen ha affermato in occasione della Munich Security Conference di sabato scorso che l’Europa sarà in grado di superare l’inverno anche se le forniture russe della azienda di Gazprom dovessero interrompersi. L’intenzione è quella di sostituire il gas russo con GNL (gas naturale liquefatto, che produce emissioni di CO2 significativamente ridotte rispetto ai tradizionali combustibili fossili come petrolio e carbone) prodotto da nazioni “amiche” in tutto il globo come Stati Uniti ma anche Qatar e Azerbaijan. La Presidente ha annunciato in conferenza stampa che sono in corso negoziati con vari paesi, in particolare con il Giappone e la Corea del Sud, anch’essi grandi importatori, affinché parte delle loro forniture energetiche di GNL siano ri-dirottate verso l’Europa in caso di necessità.

La necessità di diversificare la fornitura al fine di garantire una maggiore sicurezza energetica è un problema che l’Europa doveva affrontare da tempo. La necessità di una transizione energetica verso fonti più “green” ha significato per alcuni dei maggiori stati europei, Germania in particolare, la scelta di ridurre drasticamente la produzione di energia nucleare. Le conseguenze, nel caso tedesco, sono state una rinnovata impennata nel consumo di carbone e combustibili fossili e una crescente dipendenza dalle importazioni di gas russo. La transizione energetica verso un sempre maggiore utilizzo di fonti rinnovabili è fondamentale nel rispondere alle problematiche che il cambiamento globale sta imponendo al continente europeo e al mondo intero. Allo stesso tempo non bisogna dimenticare come la diminuzione della produzione energetica interna di uno stato o dell’Unione Europea in generale comporti maggiore dipendenza da altri stati e attori con delle serie implicazioni geopolitiche.

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