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di Giulia Tribunale

Questo articolo fa parte di una nuova rubrica curata da Vulcano Statale su SIR Journal

Quando si parla di Africa si tende spesso a normalizzare la crisi e lo stato di emergenza: la notizia di riaccese tensioni o dell’ennesimo golpe militare – il più recente in Burkina Faso, lo scorso 24 gennaio- svanisce nel buco nero di informazioni alle quali siamo quotidianamente esposti. Ne consegue che molte stragi si consumano nel silenzio e nella neutralità degli attori politici e dell’opinione pubblica internazionale: la guerra civile che da oltre un anno imperversa in Etiopia, a tal proposito, ci fornisce un chiaro esempio.

Per comprendere ciò che sta accadendo in Etiopia bisogna risalire al 1994, anno in cui viene promulgata la costituzione che sancisce il passaggio da uno stato centralizzato a una repubblica federale: il Paese viene diviso in 9 regioni organizzate sulla base di una -presunta- omogeneità etnica (Tigray, Afar, Amara, Oromo, Somali, Pinishangul-Gumuz, Nazioni, nazionalità e popoli del Sud, Gambela e Hara), ciascuna delle quali dotata di autonomia nella sfera legislativa, esecutiva e giudiziaria. La logica sottesa a questa particolare forma di federalismo – denominata federalismo etnico – era quella di garantire uguale rappresentanza e autodeterminazione alle diverse etnie, riconoscendo la complessa articolazione della società etiope, concepita come blocco monolitico prima dal regime imperiale e in seguito da quello militare. Di fatto, però, un gruppo etnico ha finito per prevalere sugli altri, ‘monopolizzando’ il governo federale per più di vent’anni: si tratta del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF), uno dei quattro partiti a carattere etnico-linguistico facenti parte del Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope (ERPDF) insieme al Movimento Democratico Nazionale Amara (ANDM), l’Organizzazione democratica del popolo Oromo (ODP) e il Movimento Democratico dei popoli del Sud Etiopia. La coalizione si presentò alle prime elezioni multipartitiche della repubblica federale e portò al governo Meles Nenawi, esponente dell’élite tigrina, che ricoprì ininterrottamente la carica di primo ministro dal 1995 fino alla sua morte nel 2012. Il TPLF, pur rappresentando soltanto il 6% della popolazione etiope, ricopriva all’interno della coalizione un ruolo egemonico, essendo stato il principale fautore della lotta contro la giunta militare del Derg. La struttura decentralizzata, e il dominio incontrastato dell’ERPDF – che di fatto controllava anche gli altri partiti- in cui era degenerata, stava portando il paese sull’orlo dell’implosione. Gruppi etnici più numerosi – Oromo e Amhara- insorgevano contro la marginalizzazione politica e gli abusi di potere della classe dirigente tigrina che controllava l’ERPDF e tutto l’apparato statale, accusata di brogli elettorali e intimidazioni per assicurarsi il ricambio governativo, nonché di repressione del dissenso (nel maggio 2005, per esempio, 193 civili che stavano manifestando contro i risultati elettorali vennero uccisi dalle forze di polizia etiopi e più di 30.000 vennero arrestate). È in questo clima di tensione che emerge la figura di Abiy Ahmed, di etnia Oromo e leader dell’ODP, eletto primo ministro il 2 aprile del 2018 dopo le dimissioni di Hailemariam Desalegn. Le intenzioni di Ahmed sono chiare sin da subito: superare le divisioni create da anni di politica fortemente etnicizzata e ricentralizzare il potere in nome del medemer, sinergia, cooperazione. Il suo governo genera un ottimismo pressoché globale, promuovendo la libertà di stampa, di espressione e di associazione, liberando migliaia di prigionieri politici e prestando attenzione alle questioni di genere – viene nominata la prima Presidente donna nella storia dell’Etiopia, Sahle-Work Zewde. Inoltre pose fine al conflitto armato con la vicina Eritrea, fatto che gli valse il Premio Nobel per la pace nel 2019. Nello stesso anno, Ahmed decide di far confluire l’ERPDF in un unico partito, il Prosperity Party. Ad astenersi è il Fronte popolare di liberazione del Tigray, che interpreta l’agenda di Ahmed come un ritorno al regime dittatoriale contro il quale erano insorti in passato: accusa, questa, mossa anche dall’etnia Oromo.

L’evento che esacerba le tensioni già presenti nel Paese è l’annuncio da parte di Ahmed in merito al rinvio a data da destinarsi delle elezioni nazionali previste per l’agosto del 2020 -formalmente, per via della pandemia. Gli amministratori del Tigray contestano la decisione e, in aperto contrasto con il governo federale, il 9 settembre 2020 si svolgono le elezioni regionali, dove il TPFL ottiene la maggioranza dei voti. E’ chiaro a tutti, non solo al potere centrale, il significato non solo politico ma soprattutto simbolico di queste elezioni: è l’urlo secessionista di uno stato che sin dall’insediamento di Ahmed ha opposto fermamente la sua retorica pan-etiope e anti federale. Dunque da un lato il governo centrale riteneva incostituzionale il governo del Tigray, e dall’altro il Tigray considerava altrettanto illegittimo il governo di Addis Abbeba e qualsiasi decisione emanata da questo organo. Ufficialmente, il fuoco scoppia il 4 novembre 2020, quando il primo ministro ordina un’offensiva militare in risposta a un attacco a una base federale da parte di forze fedeli al TPFL e dichiara lo stato di emergenza. Da allora, il confitto va avanti tra un tira e molla di conquiste e sconfitte per entrambi i fronti e il costo umanitario è sempre più elevato, sebbene sia difficile quantificare con esattezza il numero delle vittime per via dell’interruzione delle telecomunicazioni nella regione del Tigray. Milioni di persone sono state costrette a lasciare la propria casa per via della guerra, coinvolte in massacri o sotto il costante mirino dei droni, o ancora, morte per malnutrizione. Secondo il World Food Programme, il 40% della popolazione tigrina è vittima di “un’estrema mancanza di cibo”: una carestia creata dall’uomo, lo stesso che vinse il Premio Nobel per la pace e che isola da più di un anno parte del paese che governa, bloccando cibo, medicinali, elettricità, media, mentre raccolti vengono distrutti e viene impedito ai civili di seminare. Il 12 gennaio 2022, Il Direttore Generale dell’ Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha dichiarato: “Ci è stato permesso di inviare aiuti alle regioni di Afar e Amhara, ma non alla regione del Tigray”, per poi aggiungere che in nessun altro luogo del mondo stiamo assistendo all’inferno come nel Tigray. Non solo la fame, ma anche lo stupro viene usato come arma e strumento di pulizia etnica, come emerge dalle testimonianze raccolte da Amnesty International. Secondo il report pubblicato l’11 agosto scorso, sin dall’inizio del conflitto donne e ragazze tigrine sono state vittime di violenza e tortura da parte delle forze governative etiopi e delle Forze di difesa dell’Eritrea, scese in campo a fianco di Ahmed in nome dello storica conflittualità con il TPLF. La minaccia di un genocidio riecheggia anche nelle parole dello stesso premier a luglio, in occasione del Nelson Mandela Day: “Il nemico che abbiamo di fronte è il cancro dell’Etiopia (…) Lavoriamo per estirpare le erbacce. Ma quando estirpiamo le erbacce, facciamo del nostro meglio per non danneggiare il grano. Nel nostro Paese le erbacce vengono sradicate”. “Estirpare le erbacce”, un concetto che suona pericolosamente simile al “tagliate gli alberi alti”, il segnale che diede inizio al massacro dei tutsi in Ruanda.

Ad oltre un anno dall’inizio del conflitto armato, quale futuro si prospetta per l’Etiopia, sospesa tra due visioni politiche diametralmente opposte – quella federalista e quella centralistica -? Se da un lato l’articolo 39 della Costituzione approvata nel 1994 riconosce ad ogni “Nazione, Nazionalità e Popolo d’Etiopia” il diritto alla secessione tramite un referendum organizzato dal governo federale, un Tigray indipendente – e stremato – si troverebbe circondato da territori ostili -l’Eritrea a nord e l’Etiopia a sud- e spianerebbe la strada alla disintegrazione del Paese in un destino simile a quello dell’ex-Jugoslavia. D’altro canto il governo federale non sembra ancora disposto ad avviare un serio dialogo di pace: presumibilmente spinto dalla comunità internazionale a mostrare apertura e volontà di porre fine alla guerra, lo scorso dicembre il governo di Ahmed ha approvato l’istituzione di una Commissione per il dialogo nazionale, escludendo però il TPLF e l’Oromo Liberation Army -gruppo ribelle che nel frattempo si era allineato con i tigrini contro l’esercito etiope-. Di conseguenza, non potrà mai trattarsi di un reale tentativo di dialogo per la pace se le voci di tutte le parti in causa non vengono coinvolte. Del resto, accettare di negoziare con i tigrini potrebbe creare un pericoloso precedente agli occhi degli altri stati e incoraggiare spinte autonomistiche. In ogni caso, il progetto di un’Etiopia unita al di là delle differenze etniche sembra, almeno per adesso, un’utopia

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