di Laura Corti

La questione carceraria negli Stati Uniti è da tempo contraddistinta da un insieme di problematicità piuttosto gravi. Il paese detiene infatti il tasso di incarcerazione più alto del mondo -più dell’1% della popolazione adulta americana si trova in prigione. Anche se il paese possiede solo il 5% della popolazione mondiale, esso ne detiene il 25% dei prigionieri. Gli USA, insomma, gestiscono il più grande sistema penale del pianeta, e tuttavia la maggior parte dei criminologi concorda nel dire che la fenomenale espansione del tasso di incarcerazione ha ridotto solo modestamente la criminalità. Nel mentre, il sistema penale americano consuma 80 miliardi di dollari l’anno. Questa è una delle questioni più complicate e importanti che l’America si trova ad affrontare: Biden ne è consapevole e sta cercando di correggere la rotta.

Ma egli non è il primo a muoversi in questa direzione. La chiusura delle carceri private, per esempio, è un obiettivo che i liberali perseguono da tempo. Nel 2016, con Barack Obama presidente, il Dipartimento di Giustizia decise di muovere i primi passi verso la chiusura delle prigioni private, a seguito di un rapporto dell’ispettore generale del dipartimento di giustizia dal quale risaltava chiaramente come esse fossero notevolmente più violente rispetto alle prigioni pubbliche. Nonostante questa iniziativa fosse stata bloccata dal presidente Donald Trump, l’elezione di Joe Biden ha nuovamente cambiato le carte in tavola: il nuovo presidente ha infatti ordinato al procuratore generale di non rinnovare i contratti per le strutture di detenzione gestite da privati.

Nonostante ciò, negli ultimi mesi è emerso un dato preoccupante: diverse strutture di detenzione private stanno cercando di aggirare la direttiva del presidente per poter continuare ad incassare denaro federale.

L’ordine esecutivo firmato da Biden, infatti, pur vietando la nascita di nuovi contratti carcerari privati, non si applica ai centri di detenzione per immigranti: questo ha permesso a diverse prigioni di riaprire appunto come centri per immigrati. In tutto il paese, le compagnie carcerarie stanno inoltre cercando di aggirare l’ordine esecutivo di Biden reclutando governi locali per fungere da intermediari, acquisendo contratti carcerari e poi passando fondi federali alle società private.

Per comprendere meglio la situazione americana è necessario inoltre notare come, negli Stati Uniti, gli anni Novanta siano stati ingenerosi verso le norme liberali un tempo prevalenti nell’ambito della giustizia penale americana. Dove la riabilitazione era una volta l’obiettivo principale del sistema carcerario, questa visione è stata man mano sostituita con un maggiore scetticismo riguardo alle prospettive di riabilitazione individuale. Ciò è stato accompagnato inoltre da un nuovo entusiasmo per l’aspetto punitivo della pena, adottato talvolta anche da politici desiderosi di assumere un’immagine di inclemenza verso il crimine.

Lo stesso Joe Biden, in passato, aveva adottato la filosofia del “tough on crime”. Nel 1977 spinse per promuovere le condanne minime obbligatorie; nel 1989 dichiarò che il presidente repubblicano George H. W. Bush non stava facendo abbastanza per mettere in prigione i criminali; e nel 1994 promosse con vigore il Violent Crime Control and Law Enforcement Act, la cui eredità è mista: mentre alcuni studi mostrano che esso abbia ridotto la criminalità, ci sono anche prove che esso abbia contribuito all’esplosione della popolazione carceraria.

In luce di ciò, durante la campagna per la presidenza i sostenitori di Biden richiesero che l’ex vicepresidente spiegasse o chiarisse la propria posizione in materia.  Biden, in risposta, promise cambiamenti radicali al sistema di giustizia penale. Promise di impegnarsi in questo processo di riforma e di rafforzare il suo impegno per migliorare un sistema problematico su vari livelli. Sostenne che troppe persone di colore si trovano in prigione, e troppe persone colpevoli di reati minori come l’uso di marijuana. Con l’ordine esecutivo riguardante le prigioni private Biden ha effettivamente mosso i primi passi in questa direzione.

I sostenitori di Biden affermano che la sua evoluzione dovrebbe essere ammirata. Con la legge sulla criminalità, egli stava rispondendo ad un’emergenza nazionale, ma le sue opinioni sulle questioni di giustizia penale sono man mano cambiate seguendo il corso degli eventi. Altri invece non si ritengono ancora soddisfatti, ed attendono con ansia che il presidente muova altri passi verso la realizzazione delle sue promesse elettorali.

Nel frattempo, l’era dell’incarcerazione di massa ha comportato profondi costi finanziari e umani. Negli anni trascorsi dal 1970, gli Stati Uniti hanno aumentato il numero di persone in carcere del 600%, anche se il tasso di crimini violenti nel paese è rimasto lo stesso. Una rete tentacolare di carceri pubbliche e private ora ospita 2,2 milioni di persone, con un costo annuale di 80 miliardi di dollari ai contribuenti. Ma l’impatto sulla sicurezza pubblica è stato, nel migliore dei casi, modesto -i tassi di criminalità risultano essere infatti largamente indipendenti dal numero di persone in carcere. Ma come si è arrivati a questa situazione?

Riforme nelle leggi e nelle politiche del paese hanno guidato questo cambiamento -in particolare le leggi sulla droga (le persone in carcere per reati legati alla droga, da 41.000 che erano nel 1980, sono diventate quasi mezzo milione nel 2014), procedimenti penali più aggressivi (negli ultimi decenni, la probabilità che un arresto porti al carcere è più che raddoppiata), e pene detentive più lunghe (nel 1984 c’erano 34.000 persone condannate all’ergastolo, mentre nel 2012 ce n’erano 160.000  -circa 1 prigioniero su 9).

Questi dati, inoltre, si aggravano e si complicano ulteriormente nell’intreccio sfortunato con altre problematiche.

L’intreccio più tragico è probabilmente quello con la discriminazione della popolazione nera americana. Studi hanno dimostrato come, per esempio, le possibilità di essere puniti per reati legati alla droga variano ampiamente in base al reddito e alla razza – gli afroamericani hanno molte più probabilità di essere arrestati per questi crimini.

Un’altra importante problematica che divide il paese è quella della pena di morte per i detenuti: se la ricerca rimane inconcludente nel dimostrare che la pena di morte riduca il tasso di omicidi, per molti sostenitori della pena capitale essa rimane un atto di punizione moralmente giustificato ed appropriato – il 60% degli americani sembrerebbe sostenerla.

Infine, per le 600.000 persone che lasciano le carceri ogni anno, riprendere una vita normale non è facile: due terzi delle persone che escono dal carcere rimarranno senza lavoro un anno dopo il loro rilascio, e il finanziamento delle tasse universitarie è per loro limitato -così come l’accesso a buoni pasto o assistenza sociale.  Come risultato, è stato osservato come circa il 45% delle persone rilasciate dalle carceri della Pennsylvania torna in carcere entro tre anni.

Il cambiamento è possibile: diversi stati hanno ottenuto enormi riduzioni del numero di persone nelle loro carceri -il New Jersey con la riforma della libertà vigilata e i tribunali per la droga, la California con la riduzione della pena per violazioni minori, lo stato di New York con le riforme sulle leggi sulla droga, il Texas con la riforma della giustizia minorile.

Ma data la situazione, in molti pensano sia arrivato il momento per il presidente, presentatosi con un’agenda politica ambiziosa su molti fronti, di mantenere la sua promessa elettorale e di riformare il sistema giudiziario americano, eliminando le condanne minime obbligatorie, elargendo un maggior numero di risorse destinate alla rappresentanza degli imputati più svantaggiati, e infine migliorando la condizione delle carceri statali. Per ora però la questione delle carceri resta uno dei nodi più spinosi del complesso panorama politico e sociale americano.

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