di Nicole Molinari

Lo Stato siriano è dal 2011 teatro di una guerra civile che ha visto insorgere il popolo contro il presidente Bashar Al-Assad, figlio di Hafez Al-Assad, che già dal 1971 aveva instaurato un regime dittatoriale in Siria. Inizialmente il conflitto vedeva contrapporsi l’esercito regolare del Paese e i ribelli, ma con il passare degli anni e l’aggravarsi del conflitto un numero sempre maggiore di attori, sia locali che regionali, come anche internazionali, risulta ormai coinvolto, ognuno spinto da differenti interessi legati all’area e alle forze in questione. Invece che attenuarsi, quindi, gli scontri hanno portato ad uno scenario sempre più drammatico: l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha stimato che nel 2019 vi erano circa 12 milioni di siriani che bisognavano di aiuti umanitari, 6 milioni erano stati costretti a spostarsi all’interno della loro madrepatria e vi erano più di 5 milioni di rifugiati siriani sparsi nel mondo. Inoltre, il territorio risulta estremamente frammentato: nel 2020 il regime di Assad controllava circa il 63% della nazione, mentre le Forze Democratiche Siriane erano concentrate nella regione nord-orientale, che corrisponde più o meno al 23%; dall’altro lato, a nord-ovest, si trovavano le organizzazioni ostili alla dittatura, come l’Armata Libera Siriana.

Lo scoppio della pandemia da COVID-19 ha quindi colpito un Paese che si trovava già in una condizione di estrema instabilità, impreparato ad affrontare un’emergenza di tale portata. Gli ospedali erano già al collasso per via delle conseguenze della guerra, e ciò ha generato una crisi nella crisi che già affliggeva la Siria; infatti, se alcuni pensavano che l’arrivo del virus avrebbe portato ad un attenuamento degli scontri e avrebbe potuto creare opportunità di stabilizzazione, così non è stato. Dall’altro lato, la pandemia ha favorito l’assicurazione degli interessi e l’affermazione a livello politico e militare nell’area degli attori esterni coinvolti.

Una delle principali potenze coinvolte, la Russia, si è inserita nelle dinamiche del conflitto come sostenitrice del governo del presidente Assad ed è riuscita grazie all’arrivo del virus ad aumentare il suo supporto a Damasco sia in termini diplomatici che militari, ma anche ad intensificare le sue azioni mirate all’esclusione dell’Iran dagli scontri. La presenza iraniana rappresenta infatti una potenziale minaccia per il Cremlino in quanto comporta inevitabilmente la partecipazione militare di Israele, il quale vuole interrompere le azioni iraniane, soprattutto per quanto riguarda il trasferimento di armi verso il Libano. L’Iran ha resistito a tali tentativi, anche se si trovava in una posizione più debole poiché messo a dura prova dall’emergenza sanitaria e dalle sue conseguenze economiche, ma i suoi atti di resistenza sono stati tutti corrisposti da varie contromisure russe. Tali contromisure includevano il restringimento dei gruppi pro-Iran nelle zone a sud-ovest e nord-ovest della Siria e l’imposizione di una regola in base alla quale le forze iraniane dovessero essere separate da quelle russe all’interno dell’Armata Araba Siriana.

Il supporto della Russia a Damasco, insieme a quello della Cina, ha permesso inoltre a quest’ultima di sfruttare la pandemia avanzando la richiesta di rimozione delle sanzioni pendenti sulla Siria per aiutarla a gestire in maniera migliore la situazione. Tale richiesta, apparentemente fondata su ragioni umanitarie, era invece mirata a rimuovere la pressione sul governo Assad proveniente dalle potenze occidentali. Erano stati in particolare gli Stati Uniti, sostenitori delle Forze Democratiche Siriane, a imporre sanzioni tramite il Caesar Act on Syria, con l’intenzione di accrescere la pressione sul regime e i suoi sostenitori – principalmente la Russia, perché anche il conflitto siriano rappresenta un terreno di scontro sul quale entrambi cercano di affermare la propria influenza.

Un altro attore che è riuscito ad inserirsi nel conflitto grazie anche all’arrivo del COVID-19 sono gli Emirati Arabi Uniti, in quanto la pandemia ha reso l’apertura del Paese verso Damasco meno problematica, mettendo in secondo piano i problemi umanitari che lo contraddistinguono. Al contempo, l’avventura siriana ha permesso agli Emirati di avvicinarsi all’Iran, riducendo le tensioni tra i due, così come di portare avanti la loro offensiva contro la Turchia, in quanto entrambi ritengono che essa abbia assunto una posizione troppo preminente all’interno del conflitto. Gli Emirati Arabi Uniti hanno anche stipulato un piano secondo il quale essi avrebbero pagato il regime di Assad per portare avanti la sopracitata offensiva, di modo da confinare le forze turche a nord-ovest e allo stesso tempo distrarla dalle sue azioni in difesa di Tripoli in Libia. La Turchia, dal canto suo, risulta molto provata dall’emergenza sanitaria, e, nonostante le tensioni tra le due si fossero ridotte, riceve continue pressioni dalla Russia affinché provveda ad applicare l’accordo del 2019 che imponeva un cessate il fuoco nella provincia siriana di Idlib.

I motivi per cui la pandemia non ha portato ad una riduzione del conflitto sono molteplici. Innanzitutto, il problema è che si tratta di uno scontro che si protrae nel tempo ormai da molto, nato come guerra civile ma che oggi presenta tratti molto più complessi in quanto legata agli interessi economici, politici e militari di più attori, tant’è che alcuni esperti come Hassein Ali ne parlano come di una guerra per procura. Allo stesso tempo presenta anche le caratteristiche di una guerra economica, per i vantaggi finanziari che determinati attori ne ottengono e che quindi hanno un certo interesse affinché gli scontri continuino, ma anche per il coinvolgimento diretto di uomini d’affari che sostengono il regime in cambio di agevolazioni fiscali o al fine di avere il suo benestare per attività illecite. Ciò ha portato anche organizzazioni criminali o violente, come i terroristi dello Stato Islamico, ad interessarsi e immischiarsi sempre più nelle vicende della guerra siriana.

Un’altra ragione è la già citata frammentazione politica e amministrativa, per cui parti diverse del territorio siriano sono sottoposte a differenti controlli. Ancora, l’incapacità selle organizzazioni internazionali di intervenire in maniera risolutiva ha contribuito al prolungarsi del conflitto. Ad esempio, la Lega degli Stati Arabi non ha mai preso iniziative decisive, a causa dei suoi limiti strutturali ed economici, ma anche le Nazioni Unite, nonostante le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e le varie imprese diplomatiche, non sono riuscite a porre fine agli scontri.

In conclusione, lo scoppio della pandemia da COVID-19 nello Stato siriano ha solamente contribuito ad aggravare una situazione di crisi già esistente all’interno del Paese, portando maggiore precarietà politica, uno sfruttamento sempre più intensivo del conflitto da parte di attori esterni per la realizzazione dei loro interessi, e ulteriori problemi e violazioni dal punto di vista umanitario. Le conseguenze a lungo termine non sono ancora nitide, ma è chiaro che, anche se una parte arrivasse effettivamente a sovrastare l’altra a livello militare, questo non porterebbe alla fine degli scontri se non vi fosse anche una stabilizzazione politica più ampia.

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