Written By Redazione
di Riccardo Seghizzi

Per un anno di elezioni intense e continue che hanno cambiato il volto dell’America Latina, ne arriva un altro dall’altrettanto peso specifico. Il 2022 mette in calendario due appuntamenti elettorali importantissimi per tutta la zona: le elezioni presidenziali in Colombia fissate il 29 maggio e le elezioni generali in Brasile il 2 ottobre.

Come lasciato dalle tornate elettorali del 2021, l’America Latina partitica gode di un equilibrio quasi perfetto. Se da un lato troviamo il braccio destro sospinto da Paraguay, Uruguay, Ecuador ed El Salvador, dall’altro troviamo il sinistro di Honduras, Cile, Perù e Bolivia. In questo gioco delle parti e partiti, le elezioni in programma in questo 2022 possono cambiare notevolmente i pesi e le forze.

Per ordine cronologico i primi cittadini latinoamericani ad andare alle urne saranno quelli colombiani. Il 29 maggio 2022 si deciderà chi sarà il prossimo presidente della Colombia. Tra i tanti candidati, a giocarsi il posto nella Casa de Nariño a Bogotá saranno il candidato di sinistra e senatore, Gustavo Petro – nettamente in vantaggio nei sondaggi dell’istituto Invamer, addirittura al primo turno, con un pesante 42,1% delle intenzioni di voto – seguito poi da Sergio Fajardo, leader del partito centrista Compromiso Ciudadano con il18,9%, Rodolfo Hernandez con il 13,8% e Federico Gutierrez con l’11,4%. Molto significativa la bassissima percentuale del candidato del governo uscente Oscar Ivan Zuluaga, appena al 12,7%. Già ministro delle finanze con Uribe, è il prescelto del Centro Democrático che sta evidentemente pagando nei sondaggi il pessimo governo uscente. Da considerare anche Alejandro Gaviria, ex ministro della Salute e un papabile candidato per la coalizione di centro Esperanza.

Defilatissimo e fuori corsa ormai il presidente Ivan Duque, che ha toccato il massimo storico colombiano di disapprovazione per un Presidente, ovvero il 75%. Per capire però chi realmente sfiderà il più quotato Gustavo Petro, basterà aspettare il 13 marzo in occasione delle legislative, che diranno molto sui reali candidati in corsa per la successione di Duque.

Tornando al candidato più in auge, Gustavo Petro alla guida del cosiddetto Patto Storico, se i pronostici venissero rispettati, sarebbe la prima volta alla presidenza della Colombia per un esponente della sinistra.

Il 61enne, leader del partito Colombia Humana, nonché promotore del Patto Storico, la coalizione dei partiti di orientamento politico di sinistra, è economista ed ex-guerrigliero ed in passato ha già tentato due volte di insediarsi nella Casa de Nariño – nel 2010 e nel 2018, perdendo entrambe le elezioni. A pesare come un macigno sulla sua figura è l’ingombrante passato. Come detto era un guerrigliero ed apparteneva al M-19 (Movimiento 19 de Abril), che negli anni ‘70 ed ‘80 mise e segno azioni spettacolari, come il trafugamento della sciabola di Simon Bolivar o il sequestro dell’intera Corte costituzionale, episodio purtroppo che terminò con più di 100 persone uccise durante l’assalto finale al Palazzo. Passando oltre al suo passato pesantissimo, nel suo programma di governo troviamo una forte attenzione all’aumento del salario minimo e il rallentamento dello sfruttamento petrolifero e minerario, che nello specifico non si basi solo sulle materie prime.

New entry interessante è la politica centrista Ingrid Betancourt. Uno dei volti più noti tra gli ostaggi delle vecchie FARC, fu leader dei Verdi all’inizio del secolo, per poi essere sequestrata dai guerriglieri il 13 febbraio 2002, durante la propria campagna elettorale per le presidenziali. Senza dilungarsi sull’incredibile storia di Ingrid Betancour, la politica colombiana fa parte del partito centrista ed ambientalista Partido Verde Oxígeno, all’interno della Coalición Centro Esperanza. Per lei vi sono molti ostacoli da superare prima dell’ipotetico scontro con Petro, su tutti la grande concorrenza nel Centro, dove dovrà sfidare alle dure primarie 12 candidati.

Difficile quindi fare ora dei pronostici quanto più vicini al possibile. Le primarie dei partiti di centro e le legislative di marzo delineeranno chi correrà davvero per la presidenza, e soprattutto chi potrà insidiare Gustavo Petro, unico certo di poter battagliare per il posto di Presidente. Comunque andrà, la Colombia metterà subito a dura prova il neo-presidente, con una situazione economica vacillante, i flussi migratori incessanti, lo spettro delle FARC ed i rapporti molto tesi con il Venezuela, tutto questo come punta di un iceberg fatto di tantissime altre difficoltà e problemi.

Accantonate le presidenziali colombiane, l’evento che è di accertata maggior rilevanza sia per l’America Latina, ma soprattutto in chiave delle relazioni internazionali sono le elezioni del Presidente del Brasile programmate per il 2 ottobre.

Lo scontato duello per il Palácio do Planalto sarà tra il presidente attualmente in carica (lo sarà fino a gennaio 2023) Jair Bolsonaro e l’ex presidente verdeoro nel 2003-2010 Luiz Inácio Lula da Silva. Le percentuali sono ampiamente a favore di Lula, con un sonoro 48% delle intenzioni di voto contro il 21% per l’attuale presidente di destra. Più indietro, a fare da cornice al duopolio ci sono i candidati della cosiddetta ‘terza via’: l’ex giudice Sergio Moro del partito conservatore Podemos con il 6%, l’ex candidato presidenziale Ciro Gomes, del Partito Democratico Laburista con il 5% ed il governatore di San Paolo Joao Doria.

Terza via a parte, a dover recuperare il consenso perduto in quattro anni di mandato è Jair Bolsonaro. Personaggio controverso, leader del Partido Liberal – PL e protagonista del centrão verdeoro, dalle posizioni durissime in ambito climatico, sulle popolazioni indigene e sulle questioni di genere, liberale in senso economico e di ideologia fortemente conservatrice, baluardo del cristianesimo. Bolsonaro, nonostante il reintegro di Lula nella vita politica e l’evidente perdita di consenso – meno di un terzo dei brasiliani approva la sua linea – tira dritto per la sua strada. A farlo colare a picco nei sondaggi vi è sicuramente la gestione disastrosa della pandemia, riduzionista e negligente, e la tutt’altro che brillante conduzione delle politiche economiche.

Se nel 2018 Jair Bolsonaro si presentava come alternativa anti-sistema, con una proiezione di gestione del paese in modo tecnico e non più di compromesso parlamentare, ora lo scenario del Brasile dice esattamente il contrario.

Accordi siglati con i partiti di centro, fondi speciali a deputati e senatori del centrão, discorsi radicali e contraddizioni continue hanno accentuato ancora di più un Bolsonaro logorato. Nonostante ciò la speranza di un clamoroso ribaltone c’è, e l’attuale Presidente vuole aggrapparsi ad essa. Discorsi ed attenzione di Bolsonaro sono per lo zoccolo duro che ancora lo segue. La perdita di consensi consistente però per il PL passa soprattutto nei ceti bassi, che pagano le politiche economiche errate, la recessione e l’inflazione ormai oltre il 10% annuo. Altro terreno di battaglia da dove attingere voti fondamentali sono gli evangelici. Bolsonaro può contare ancora sull’essere il ‘preferito’ delle principali chiese evangeliche.

Chi sicuramente si trova in una posizione di vantaggio al momento è Luiz Inácio Lula da Silva. Il candidato e leader del Partido dos Trabalhadores è stato già presidente del Brasile dal 2003 al 2011, e si può facilmente considerare una delle persone di maggior importanza e rilievo del Brasile contemporaneo. Per dare un dato significativo sulla rilevanza politica di Lula, nella prima elezione del 2002 incassò 52,4 milioni di voti, ovvero il 61%, record più alto della storia recente democratica del Brasile.

La sua storia e vita politica presentano sia momenti di luce incredibile, che momenti e scelte molto discutibili. Le ottime politiche sociali come la Fome Zero e la Bolsa Familia, buone politiche di welfare, il Programa de Aceleração do Crescimento in ambito economico, la diminuzione della deforestazione amazzonica, il programma Luz Para Todos e l’entrata del Brasile nel Mercosur, sono sicuramente ottime azioni.

Le parti oscure di Lula invece contano l’opposizione all’estradizione dell’ex terrorista italiano Cesare Battisti, alcune posizioni estremamente radicali, amicizie e legami troppo ingombranti come quella con Hugo Chavez, Nicaragua o Cuba e l’indicazione di Dilma Rousseff come suo delfino per le presidenziali del 2011. Nel 2016 Lula venne coinvolto nella Operação Lava Jato con conseguente condanna a 12 anni, seguita poi da una nuova incriminazione nel 2018. Il 7 marzo del 2021 viene prosciolto da ogni accusa dal Tribunale Supremo Federale del Brasile, tornando quindi eleggibile.

Tornando all’attualità , Lula è dato per favorito e sono tanti gli elementi a supporto di questa tesi, oltre ai sondaggi vari. Le prime mosse sono state di ampliare la propria rete di appoggi, coinvolgendo altre forze progressiste, ed un accordo con l’ex governatore di San Paolo, Geraldo Alckmin, liberale, che fu suo avversario nel 2006, per la caccia ai voti di centro. Altre opportunità di voto arrivano dai baroni regionali, sindacati ed organizzazioni sociali. Altra spinta positiva alla sua candidatura l’apprezzamento internazionale. Infine la leva su cui Lula spingerà maggiormente è sicuramente quella dell’effetto amarcord.

Una battaglia senza esclusione di colpi, che vedrà anche l’aspetto social network giocare un ruolo importantissimo, che durerà fino ad ottobre, quando il Brasile dovrà scegliere chi tra Jair Bolsonaro e Luiz Inácio Lula da Silva diventerà il Presidente.

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