di Laura Corti

Nel Paese del Sol Levante vige tutt’oggi un sistema penale che contempla la pena di morte per i fautori di crimini particolarmente efferati. Questo sistema è in vigore nel paese da svariati secoli, e la stragrande maggioranza della popolazione lo supporta; eppure, esso è sicuramente un sistema imperfetto, che negli anni scorsi è stato oggetto di numerose critiche. L’ultima di queste critiche proviene dai condannati stessi: nel mese di novembre, due prigionieri giapponesi detenuti nel braccio della morte hanno infatti sporto denuncia contro il governo.

L’accusa mossa al sistema penale giapponese è quella di gestire un sistema disumano sotto molti aspetti: i detenuti vengono infatti avvisati della loro imminente esecuzione solo poche ore prima che essa avvenga.  I prigionieri del braccio della morte, che quasi sempre attendono per anni – talvolta decenni – la propria esecuzione, riportano di dover convivere ogni giorno con la paura di poter essere avvisati da un momento all’altro dell’imminenza della propria impiccagione. I prigionieri hanno dunque chiesto modifiche alla procedura, oltre a 22 milioni di yen ($193,500) di risarcimento. In una causa intentata presso un tribunale distrettuale di Osaka, i prigionieri hanno sostenuto l’illegalità di questo breve preavviso, che non garantirebbe ai condannati sufficiente tempo per opporsi.

Ma la pena di morte è una sanzione che è stata quasi sempre presente nel paese. Essa è stata introdotta in Giappone a partire dal IV secolo circa, per poi essere abolita per 346 anni nel periodo Heian e venire successivamente reintrodotta durante la guerra civile del 1156. Infine, negli anni 70 dell’800, a seguito di una riforma del Codice penale, il numero dei delitti punibili con la morte fu ampiamente diminuito. Oggi, oltre agli Stati Uniti, il Giappone è l’unico tra i paesi del G7 a mantenere la pena di morte. Eppure, anche se si stima che al giorno d’oggi poco più di cento persone si trovino nel braccio della morte, le esecuzioni sono estremamente rare.

La permanenza tipica nel braccio della morte è compresa tra i cinque e sette anni, ma un quarto dei prigionieri vi si trova da oltre dieci anni. Il mandato di esecuzione è firmato dal Ministro della Giustizia; una volta firmata l’approvazione finale, l’esecuzione deve avvenire entro cinque giorni lavorativi. Come abbiamo visto, il condannato viene avvisato solo nelle ore precedenti, mentre la famiglia e il resto del pubblico vengono informati dopo l’esecuzione, che viene eseguita mediante impiccagione.

Le linee guida per la condanna alla pena di morte seguite dai tribunali sono state stabilite negli anni 80 del 900. La pena viene decisa considerando il grado di responsabilità penale e in base a una serie di nove criteri – per esempio il grado di crudeltà, la motivazione, o il numero delle vittime. La pena di morte non viene quasi mai richiesta nei casi di omicidio singolo, mentre è molto spesso utilizzata nei casi di omicidio plurimo. Quest’ultimi sono però estremamente rari: il Giappone è infatti uno dei Paesi con il tasso di criminalità più basso al mondo. È dunque più la rarità di crimini estremi nella società giapponese che la riluttanza delle autorità a eseguire condanne che ha causato così poche esecuzioni.

Eppure, i dubbi sulla sicurezza di questo sistema sono sempre più forti. Essi sono aumentati in particolar modo nel 2014, quando Iwao Hakamada venne rilasciato dopo aver trascorso più di 45 anni nel braccio della morte per omicidio. Hakamada è stato liberato dopo che un tribunale ebbe ordinato un nuovo processo nel suo caso di omicidio: era infatti forte il sospetto che gli investigatori della polizia avessero fabbricato prove contro di lui. Negli ultimi decenni sono emersi sempre più casi di condanne errate, basate su confessioni estorte, prove false e altri abusi e carenze giudiziarie.

Ma la pratica della pena di morte è stata già negli anni precedenti oggetto di un’aspra critica da parte varie organizzazioni internazionali, Amnesty International in particolare. Quest’ultima, in un importante report del 2009, aveva già criticato il breve tempo concesso ai prigionieri per prepararsi alla propria esecuzione. Ma l’organizzazione aveva anche puntato il dito contro i numerosi anni che i prigionieri, compresi individui con problemi mentali, sono costretti a passare in isolamento, in attesa dell’esecuzione. Il rapporto di Amnesty dipinse un quadro angosciante della vita dei condannati a morte, detenuti in piccole celle di isolamento e privati di ogni contatto con il mondo esterno. Tutti questi fattori contribuirebbero a creare una tensione mentale insopportabile. A seguito di quest’investigazione, Amnesty chiese al governo di porre fine alle esecuzioni; quest’ultimo affermò in risposta di avere intenzione di incoraggiare un dibattito nazionale sulla pena capitale.

Ora: anche se un tale dibattito non ha ancora avuto luogo, è pur vero che il governo giapponese monitora regolarmente il sostegno della popolazione giapponese alla pena di morte, e sembrerebbe che la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica la sostenga. Un sondaggio condotto dal Cabinet Office nel 2019 ha rilevato che l’80,8% dei giapponesi ritiene che la pena di morte sia talvolta giusta e necessaria. L’opinione della maggioranza tiene in considerazione il fatto che essa viene applicata di rado e solo a coloro che hanno commesso i crimini più estremi, e il governo invoca abitualmente questo alto tasso di sostegno per giustificare la pena di morte.

Ma secondo la ricercatrice Mai Sato, autrice di “The Death Penalty in Japan” (2014), gli atteggiamenti dei giapponesi verso la pena capitale sono flessibili a seconda di come viene posta la questione e in quale contesto. Quando Sato condusse il proprio sondaggio, con domande più neutre e più opzioni di risposta, scoprì che il sostegno del popolo giapponese alla pena di morte era molto più ambiguo.

Dopo le ripetute critiche degli anni passati da parte di organizzazioni internazionali, ONG, e privati cittadini, quest’ultima denuncia da parte dei detenuti ha dunque riportato la tematica della pena di morte sotto i riflettori, e promette di portare una reale possibilità di cambiamento per questo sistema centenario.

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