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di Pietro Cattaneo

Un’analisi approfondita dell’attuale arena geopolitica non può non considerare la presenza e la rilevanza di un attore tanto piccolo quanto peculiare: la Santa Sede.

Lo studio delle relazioni internazionali spesso considera la traiettoria diplomatica vaticana come legata principalmente a obiettivi di carattere religioso e quindi lontana – se non addirittura estranea – rispetto alle dinamiche attuali della società degli Stati.

A questo proposito, tuttavia, è necessario in primo luogo considerare che la Santa Sede fa parte di sedici organizzazioni internazionali, Nazioni Unite incluse, in qualità di membro osservatore.

Il fatto di non partecipare direttamente alle decisioni prese in questi consessi, però, non le ha impedito di perorare con un discreto successo le proprie policy in campo sociale, etico e economico anche in un setting istituzionale completamente laico.

In secondo luogo, bisogna tenere conto dell’ampio ruolo rivestito dai diplomatici della Santa Sede, che “risponde ad una presenza nel contesto delle relazioni internazionali resa indispensabile dal ruolo universalmente riconosciuto [della Chiesa] nell’affermazione di valori grandi e perenni” (Vedovato, 2001), estendendosi oltre la difesa degli interessi di una singola unità territoriale.

L’unione della percezione di un’identità transnazionale – derivante dall’universalismo di matrice cattolica – ad un approccio convenzionale alle relazioni internazionali è fondamentale per comprendere la natura ibrida (religiosa e allo stesso tempo laica, nazionale e allo stesso tempo universale) della diplomazia vaticana, che costituisce un unicum non solo nella società degli Stati attuale, ma anche – storicamente – nel contesto delle grandi religioni organizzate.

Fatta questa breve e assolutamente non esaustiva premessa viene spontaneo chiedersi quali siano gli obiettivi e le prerogative che attualmente guidano la Santa Sede in ambito strategico e geopolitico.

Lungi dal voler identificare in queste poche righe una “dottrina Francesco”, è possibile però individuare alcune costanti della politica estera vaticana durante il pontificato in corso.

Negli ultimi otto anni e mezzo, infatti, la Santa Sede si è mossa al di fuori delle tradizionali direttrici che hanno guidato per decenni le sue relazioni internazionali.

A cosa si può attribuire questo cambio di paradigma che ha investito il soglio di Pietro, tradizionalmente legato a doppia mandata all’Europa e al mondo occidentale?

Il primo motivo è strettamente legato alla progressiva de-europeizzazione e de-occidentalizzazione del cattolicesimo. Tutti i pontefici, a partire da Benedetto XV (più di un secolo fa!), ne sono sempre stati consci e consapevoli e hanno agito di conseguenza in modi e tempi molto differenti tra loro, influenzati da numerose altre variabili di carattere storico, politico, sociale ed ecclesiale.

C’è però qualcosa che li accomuna tutti, ovvero lo svolgimento della loro azione all’interno di una prospettiva europea ed eurocentrica per provenienza e formazione.

E, proprio a questo proposito, non va dimenticato che l’attuale Papa – e qui entra in gioco il secondo motivo del cambio di paradigma vaticano – è argentino. È quindi figlio di una realtà politica e ideologica che affonda le proprie radici in una tradizione di matrice organica e unanimista, completamente diversa da quella dell’Europa liberale consolidatasi nell’ultimo secolo. Di conseguenza, il suo approccio alla comunità internazionale e alle relazioni interne ad essa non poteva essere che totalmente differente rispetto a quello dei suoi predecessori: una visione in cui l’Occidente è parte e non centro di un mondo sempre più globalizzato e – paradossalmente – sempre più frammentato.

Lo sguardo della nuova geopolitica vaticana è, nello scenario attuale, principalmente rivolto verso Est: i punti focali sono la Russia, la Cina e il mondo islamico.

Il rapporto con Mosca è stato particolarmente intenso e articolato sin dall’inizio del pontificato di Bergoglio. Le ragioni di questa apparentemente inusuale vicinanza sono molteplici: c’è sicuramente alla base la volontà di approfondire un percorso diplomatico non intrapreso per tutto il Novecento e ufficialmente iniziato solo da papa Benedetto XVI nel 2009, nonché il lungo iter di reciproco riconoscimento e riconciliazione che da più di 50 anni coinvolge la Chiesa di Roma e la Chiesa ortodossa, culminato nella storica Dichiarazione comune firmata nel 2016 tra l’attuale pontefice e il Patriarca di Mosca.

Più prosaicamente, l’interesse nazionale russo ha spesso coinciso con quello della Santa Sede, in particolare nel contesto siriano: tutti ricordano l’accorato appello lanciato nell’estate 2013 dall’allora neoeletto Francesco per fermare un possibile, imminente attacco occidentale verso Damasco. All’ammonimento contro la guerra e la violenza rivolto a tutte le potenze seguì una circostanziata lettera del Papa a Putin, principale oppositore della strategia NATO.

Ma è nel rapporto con la Cina che emerge prepotentemente il deciso cambio di rotta vaticano, lontano dalla logica dei “principi non negoziabili” fatta propria da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Francesco si è avvicinato a una realtà tanto distante quanto complessa dal punto di vista geopolitico ed ecclesiale: in essa è presente una profonda spaccatura tra una Chiesa di Stato avallata dal regime comunista – non riconosciuta dalla Santa Sede – e una Chiesa “sotterranea” fedele a Roma, oggetto di persecuzioni da decenni e che agisce praticamente in clandestinità.

All’aperto sostegno a quest’ultima, garantito dai suoi predecessori, papa Bergoglio ha preferito una linea di dialogo con Pechino, firmando un Accordo biennale provvisorio – subito stigmatizzato (casualmente?) da Washington nella persona del segretario di Stato Mike Pompeo.

Ciò che accomuna questi due fronti è una propensione ad uno smaccato realismo: la “diplomazia della misericordia” è fatta di scelte pragmatiche, di mediazione, di atti tesi a stringere un rapporto interpersonale e ad avviare processi che potranno in potenza risultare solidi e duraturi.

A questa impostazione non sfugge nemmeno il rapporto con il mondo islamico, portato avanti con significative differenze rispetto a Benedetto XVI. All’attacco diretto alle frange fondamentaliste Francesco preferisce la ricerca di un confronto con il Grande Imam Ahmad al Tayyib, suscitando non pochi interrogativi politici su molti fronti. Si tratta, in sintesi, di un’altra strategia della “diplomazia della misericordia”, lungi dall’essere un atteggiamento di scarsa considerazione nei confronti dell’estremismo islamico: ciò che conta per papa Bergoglio è iniziare un avvicinamento alle parti senza considerare gli elementi divisivi, ma – al contrario – tutti quelli che le uniscono.

Questa tattica, però, pone una sfida importante e alcuni interrogativi futuri alla Santa Sede: cosa potrebbe succedere nel momento in cui superare le barriere non costituirà più un elemento sufficiente per proseguire il dialogo? Come si agirà quando una scelta di campo – geopolitica o religiosa – si imporrà come necessaria?

Bibliografia Flamini, R., Peter and Caesar. Is Pope Francis Shifting the Vatican’s Worldview? in World Affairs, 93:4, 2014, pp. 25-33. Giovagnoli, A., Pope Francis: a new way of looking at the world, in Journal of Modern Italian Studies, 2019, 24:3, pp. 456-467. Matzuzzi, M., Il Santo Realismo. Il Vaticano come potenza politica internazionale da Giovanni Paolo II a Francesco, LUISS University Press, Roma 2021. Troy, J., ‘The Pope’s own hand outstretched’: Holy See diplomacy as a hybrid mode of diplomatic agency, in The British Journal of Politics and International Relations, 20:3, 2018, pp. 521-539. Vedovato, G., La diplomazia dei valori. Il ruolo internazionale della Santa Sede, in Rivista di Studi Politici Internazionali, 68:2, 2001, pp.163-195. Vukicevic, B., Pope Francis and the challenges of inter-civilization diplomacy, in Revista Brasileira de Política Internacional, 58:2, 2015, pp. 65-79.
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