di Alessandra Coletti

Al termine dell’anno è consuetudine dei capi di stato o di governo tenere il tradizionale “discorso di fine anno”, tramite il quale vengono ribaditi gli obiettivi raggiunti ed annunciati quelli che si intendono perseguire nei prossimi dodici mesi, accompagnati dalle politiche da intraprendere in futuro. La Repubblica Popolare Democratica di Corea (RPDC) non è certo estranea a tale abitudine; quest’anno però ha destato particolare attenzione a livello internazionale, sia a causa dei punti sottolineati nel discorso del presidente Kim Jong-un, sia a causa del ruolo giocato dalla nazione nello scacchiere geopolitico globale.

Alla fine della quarta riunione dell’ottavo comitato centrale del Partito tenutasi venerdì 31 dicembre, il leader nordcoreano si è infatti espresso in un discorso doppiamente simbolico, in quanto il 2021 è stato il decimo anno dalla scomparsa del padre Kim Jong-il avvenuta nel 2011 e conseguentemente, rappresenta l’anniversario del primo decennio di Kim-Jong-un alla guida del paese.

Secondo quanto riportato dalla Korean Central News Agency, il discorso si è concentrato principalmente sulla politica interna, escludendo quindi qualsiasi riferimento agli Stati Uniti (solitamente presenti nelle conferenze tenute dal leader), accennando brevemente a vaghe politiche sulle relazioni intercoreane e “affari esterni”. Gli obiettivi del Paese per il 2022 possono essere racchiusi all’interno di due macrocategorie: lo sviluppo economico ed il miglioramento della vita della popolazione; sottolineando come quest’anno rappresenti “una grande lotta di vita e di morte che deve essere condotta con vigore e con successo”.

Il raggiungimento di questi fini sarà possibile attraverso una moltitudine di azioni, dalla modernizzazione delle industrie ed un aumento della loro produttività, attraverso un ambizioso piano di sviluppo rurale che i funzionari ed i lavoratori agricoli si dicono pronti ad esercitare “pieni di zelo per tradurre in realtà brillante la volontà fissa e la risoluzione del Partito di risolvere completamente il problema alimentare”.

Infatti, il nodo centrale delle parole di Kim Jong-un è stato la necessità di aumentare la produttività agricola del paese, ammettendo la presenza di un problema alimentare e delle condizioni in cui versa la popolazione, invocando il “compito importante per fare progressi radicali nella soluzione del problema del cibo, del vestiario e dell’alloggio per il popolo”. Nonostante non venga riportata dalla Corea del Nord l’effettiva scarsità e difficoltà affrontata dalla popolazione, la Food and Agriculture Organization (FAO) inserisce la Repubblica Democratica Popolare di Corea all’interno della lista dei paesi bisognosi di assistenza esterna per il cibo, in quanto vengono riscontrati “Bassi livelli di consumo alimentare, scarsa diversità alimentare, crisi economica” nel dicembre del 2021. La povertà e la malnutrizione esistenti in Corea del Nord non sono certo fenomeni recenti e come tali sono cementati nell’immaginario collettivo occidentale; tuttavia, la situazione sembra aver raggiunto un punto critico. Il raccolto del 2020 è stato largamente compromesso dalle condizioni metereologiche avverse che si sono verificate lungo la costa, mentre nel 2021 la mancanza di cibo è stata esasperataa siccità nei mesi estivi e dalle successive inondazioni.

Nell’aprile scorso Kim Jong-un ha perfino esortato la popolazione ad intraprendere un’altra “marcia ardua”, termine riferito al periodo di carestia che la RPDC ha affrontato tra il 1994 ed il 1998. Con la fine della guerra fredda, il crollo dell’URSS e la perdita di questo alleato come fonte di supporto, a causa di condizioni metereologiche avverse e piani quinquennali inflessibili, si stima siano morte tra le 500 e le 600 mila persone. Lo scorso giugno, ha invece parlato di una situazione alimentare “tesa” e della mancata produzione di grano, dovuta alla pandemia e alle avverse condizioni climatiche del 2020. Nell’ultimo anno il leader si è quindi espresso più volte sul problema alimentare, dandogli una rilevanza non riscontrata in precedenza.

Oggi, l’interruzione del commercio tra la Corea del Nord e la Cina ha contribuito all’aggravarsi dell’insicurezza alimentare della popolazione. Da gennaio 2020 la RPDC ha interrotto tutte le attività commerciali con la Cina per prevenire la diffusione del Covid-19, compresi i beni agricoli e gli aiuti umanitari. La Cina è il principale partner e supporter economico che contribuisce al fabbisogno del Paese attraverso l’esportazione di cereali, fertilizzante e macchinari agricoli: in virtù del ruolo geopolitico della RPDC, essa rappresenta una sorta di “zona di cuscinetto” da frapporre con gli Stati Uniti ed i suoi alleati. Fornire aiuti economici alla RPDC significa anche cercare di impedire l’immigrazione di dissidenti sul proprio territorio in quanto, secondo l’ottica cinese, causano un peso maggiore sulle infrastrutture, possono contribuire al traffico illecito di droga ed armi al confine, ed aumentano il rischio di una minaccia biologica derivante dalle malattie, di cui secondo la Cina possono essere portatori.

Nonostante il United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA) nel suo Global Humanitarian Overview abbia collocato la Corea del Nord tra i tre paesi in Asia con i bisogni più urgenti, insieme a Myanmar e Afghanistan, il piano di risposta umanitaria delle Nazioni Unite non la include. Per il secondo anno di fila, infatti, il paese viene escluso dagli aiuti umanitari delle Nazioni Unite, sembra a causa della complessità riscontrata nel fornire tale assistenza. È in effetti problematico monitorare i progressi e la distribuzione degli aiuti umanitari percepiti dal governo, che vuole assicurarsi il monopolio su tale direzione per mantenere saldo il suo potere e la sua influenza, mentre i paesi che forniscono assistenza, tra i quali annoveriamo principalmente gli Stati Uniti e la Corea del Sud oltre alla Cina, vogliono assicurarsi che essi giungano alle fasce più deboli della popolazione. Nel settembre del 2019, ancor prima che scoppiasse la pandemia da Covid -19, la RPDC chiese alle Nazioni Unite di diminuire il personale internazionale presente nel paese in quanto, secondo il governo nordcoreano, i programmi umanitari dell’organizzazione sono falliti a causa della politicizzazione dell’assistenza fornita da parte di “forze ostili”. Con lo scoppio della pandemia e la completa chiusura delle frontiere, la Corea del Nord si è maggiormente isolata, specialmente a seguito del ritorno in patria di numerose squadre diplomatiche presenti sul territorio. Quindi, monitorare l’assistenza fornita alla popolazione è diventata un’impresa impossibile.

La mancanza di cooperazione della RPDC nei confronti delle Nazioni Unite e della comunità internazionale rende complesso fornire aiuti al paese, in quanto spesso le condizionalità richieste non abbracciano solamente uno stretto monitoraggio delle risorse fornite, ma anche una diminuzione dell’arsenale militare nucleare nordcoreano, al quale il paese non intende rinunciare.

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