di Lucilla Amerini

Il 6 gennaio scorso si è tenuto il primo incontro virtuale del 2022 tra Stati Uniti e Giappone chiamato US-Japan Security Consultative Committee (2+2). La riunione si è svolta tra il Segretario di Stato americano Blinken, il Segretario della Difesa Austin, il Ministro per gli Affari Esteri giapponese Hayashi e il Ministro della Difesa Kishi. Durante l’incontro i ministri si sono confrontati su tematiche diverse, dalla pandemia in corso alla crisi climatica, soffermandosi soprattutto sulle tensioni geopolitiche dell’area. Il Comitato consultivo per la sicurezza serve per coordinare le politiche di cooperazione statunitensi e giapponesi tra i ministri degli Esteri e della Difesa; si inserisce nell’alleanza tra il Giappone e gli Stati Uniti, nata durante l’occupazione americana dopo la Seconda Guerra Mondiale, e sancita dal Trattato di Mutua Sicurezza del 1951.

Come conseguenza dei mutati equilibri strategici in Asia orientale dovuti dalla fine della Guerra Fredda, l’Alleanza ha acquisito una maggiore centralità. Ad oggi sono presenti sul suolo giapponese più di ottanta basi militari americane, concentrate soprattutto nell’isola di Okinawa, che rendono il Giappone il paese con il più alto numero di basi americane al mondo. Recentemente, i due alleati si sono confrontati con le minacce nucleari poste dalla Corea del Nord e con una postura cinese sempre più aggressiva nell’area dell’Asia orientale. L’Alleanza si colloca nel framework di difesa americano per l’Indo-Pacifico insieme al QUAD (che riunisce Usa e Giappone, India e Australia) e alle relazioni trilaterali USA-Giappone-Corea, nonostante queste ultime presentino delle difficoltà a causa degli storici litigi che caratterizzano il rapporto tra coreani e giapponesi.

Il segretario Blinken ha ricordato come l’alleanza sia importante al punto da scegliere l’incontro ai vertici come primo ufficiale dell’anno per due anni di fila, 2021 e 2022. Nell’incontro ha fatto anche riferimento alle esercitazioni militari congiunte svolte nell’ottobre scorso a Okinawa con Inghilterra, Nuova Zelanda, Canada e Olanda. È interessante notare la nonchanlance con cui il Segretario si è riferito nel suo discorso ai “nostri eserciti”, non avendo problemi a definire le Forze di autodifesa giapponesi come tali, con una disinvoltura non ancora così diffusa tra i rappresentanti giapponesi. Infatti, per i limiti posti dalla sua costituzione “pacifista” il Giappone non potrebbe, in linea teorica, avere un esercito con capacità offensive, ma solamente delle forze per difendersi. Questo è il motivo per cui le forze armate giapponesi sono chiamate Forze di autodifesa e i politici giapponesi preferiscono utilizzare termini come “con capacità di deterrenza o autodifesa” per descrivere missili a lungo raggio.

In alto a sinistra i ministri giapponesi Hayashi e Kishi, il Segretario Blinken a destra e il Segretario Austin in basso

Il succo del discorso del Segretario Blinken è però stato un altro, ovvero le ripetute violazioni di norme internazionali “on land, at sea, in pace, in cyberspace” da parte cinese e russa. Nelle sue parole, queste violazioni si sommano all’approfondirsi della cooperazione militare tra le due potenze e mettono a rischio la sicurezza del “rules-based international order” sul quale Stati Uniti e Giappone hanno tanto investito. Pechino viene accusata di aver intrapreso delle “azioni provocatorie” nello stretto di Taiwan, nei mari cinesi meridionale e orientale; e la stessa accusa viene fatta alla Russia, in particolare per quanto riguarda le relazioni con l’Ucraina e i complessi rapporti con l’Europa. Le recenti dichiarazioni in favore di Taiwan del presidente Biden, anche se poi spesso goffamente contraddette, e l’avvicinamento Tokyo-Taipei non aiutano il rapporto con Pechino. Il riferimento alla Nord Corea è stato breve e Blinken si è limitato ad accennare il recente lancio di missili a propulsione nucleare avvenuto durante la prima settimana di gennaio. Anche il Segretario alla Difesa Austin ha ribadito nel suo intervento la centralità dell’alleanza in un periodo di tensioni in crescita date dai comportamenti aggressivi cinesi e dalle minacce nucleari nordcoreane

Blinken ha infine sottolineato la necessità di rafforzare gli strumenti dell’alleanza con i giapponesi e di crearne dei nuovi, per rispondere in maniera efficace alle crescenti tensioni nell’Asia orientale e nell’Indo-Pacifico. Tra i quali annoveriamo il rinnovo quinquennale dell’Host Nation National Support Framework, per migliorare l’interoperabilità tra gli eserciti alleati e l’“integrated deterrence”, ovvero azioni militari congiunte come l’operazione Exercise Resolute Dragon.

Allo stesso modo, il Ministro degli Esteri giapponese Hayashi, si è mostrato preoccupato per le diverse sfide poste alla stabilità della comunità internazionale; dai cambiamenti nei bilanciamenti strategici dell’area (evidentemente riferendosi alla Cina), ai tentativi coercitivi e unilaterali di modificare lo status quo (Cina) e l’espandersi di regimi autoritari (nuovamente Cina e Nord Corea). Questi mettono in difficoltà la sicurezza interna giapponese, statunitense ed anche il mantenimento stesso di un ordine internazionale stabile, prospero e sicuro: per questo il Giappone si impegnerà per rafforzare le proprie capacità difensive nazionali e dare un maggiore contribuito alla stabilità e alla pace regionale.

Su questa linea, il governo giapponese ha approvato per la prima volta nel 2021 un budget per la Difesa che supera i 6 miliardi di dollari. Il piano quinquennale del 2023 dovrebbe addirittura superare i 260 miliardi, somma mai raggiunta prima. Questi sforzi si inseriscono in un trend costante degli ultimi anni che vede il tentativo del governo giapponese di “normalizzare” le proprie Forze di autodifesa, ormai diventate un vero e proprio esercito. La “normalizzazione” viene portata avanti al fine di renderle appetibili le Forze di Autodifesa ad un’opinione pubblica interna che si dichiara “pacifista” e che per decenni è stata generalmente contraria alla legittimazione delle Forze di Autodifesa. Inoltre, anche i governi delle altre nazioni dell’Asia orientale faticano ad accettare un vero e proprio ritorno militare del Giappone sulla scena internazionale, memori dell’imperialismo giapponese. Tra i paesi che si mostrano “contrariati” abbiamo sia Pechino, che spesso sottolinea come lo spirito bellico giapponese non si sia mai sopito, che l’alleato Seul, principalmente per ragioni storiche, insieme ad altri paesi del Sud Est asiatico.

Da parte americana si aspetta da tempo una presa di responsabilità maggiore di Tokyo. Le controverse parole dell’ex presidente Trump, che più volte aveva sottolineato come onere dell’alleanza pendesse molto verso gli Stati Uniti, avevano suscitato l’irritazione degli alleati giapponesi. Nonostante l’amministrazione Biden, come sottolineato da Blinken, abbia fin dall’inizio cambiato rotta e riportato l’alleanza con il Giappone al centro della politica estera americana, il problema rimane aperto. Alcune frange del Senato statunitense e parte delle amministrazioni americane spingono affinché la relazione con Tokyo diventi più paritaria militarmente. Nel Joint statement prodotto dall’incontro virtuale si sottolinea comunque “incrollabile impegno” da parte americana per la difesa dell’arcipelago nell’ambito del trattato di Mutua Cooperazione e Sicurezza USA-Giappone e la volontà americana di aiutare gli alleati affinché migliorino le proprie capacità militari.

Stati Uniti e Giappone, come ricordato in precedenza, sono entrambi membri del QUAD con ad Australia e India, due alleati significativi per gli Stati Uniti nell’Indo Pacifico. L’incontro USA-Giappone si è tenuto nello stesso giorno in cui due membri del QUAD hanno firmato un patto bilaterale: il “Reciprocal Access Agreement” (RAA) tra Giappone e l’Australia. Il trattato permetterà un più veloce dispiegamento delle forze di Autodifesa giapponesi e dell’esercito australiano, insieme ad un allentamento delle restrizioni sul trasporto di armi e rifornimenti per le esercitazioni militari congiunte e operazioni di soccorso per i disastri umanitari.

L’accordo è stato definito dal primo ministro australiano come “una dichiarazione di intenti per due paesi che si impegnano a lavorare insieme per affrontare le sfide strategiche dell’oggi o contribuire ad una regione dell’Indo-Pacifico stabile e sicura”, e “la pietra miliare che porterà la cooperazione tra Giappone e Australia in materia di sicurezza ad un altro livello” dal primo ministro giapponese Kishida. Pur non riferendosi esplicitamente alla Cina come il Joint statement dell’incontro USA-Giappone, l’accordo viene considerato dai due paesi come un chiaro segnale della mutua preoccupazione a riguardo dell’espansione militare cinese nell’area. L’accordo ha anche un forte significato simbolico essendo il secondo accordo del genere stretto dall’Australia dopo quello siglato con gli americani.

Come comprensibile, i rappresentanti cinesi hanno attentamente osservato i due incontri della giornata del 6 gennaio. Il portavoce del ministero cinese Wang Webin si è espresso sul trattato Giappone-Australia, senza entrare troppo nel merito visto che la Cina non viene esplicitamente citata, ma sottolineando come la più stretta cooperazione tra alcuni stati dovrebbe aumentare la stabilità regionale, anziché antagonizzare e minare gli interessi di un terzo stato. Il clima rimane quindi acceso e ricco di tensioni. Se da un lato Stati Uniti, Giappone, Australia e molti altri alleati statunitensi accusano la Cina per l’escalation delle tensioni Indo Pacifiche, il moltiplicarsi di alleanze, operazioni di coordinamento, accordi e dichiarazioni di intenti non possono che favorire una posizione difensiva da parte cinese, che si sente sempre più minacciata e accerchiata.

Foto in copertina: Japantimes.
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