Written By Redazione

Con questo articolo di Laura Corti continuano la pubblicazione dei contributi curati da SIR – Students for International Relations su China Files.

Il 27 novembre il capo dell’associazione nazionalista indù RSS, Mohan Bhagwat, ha pronunciato un discorso nel Madhya Pradesh, nel quale ha spiegato che l’India è un paese indù, e che se gli indù intendono preservare la propria identità, allora l’India va resa indivisa su tutti i livelli. Ha inoltre chiarito che permettere un indebolimento di questa identità porterebbe ad una crisi del paese; al contrario, una rinascita dell’induismo lo rafforzerebbe. Tale sarebbe quindi la misura in cui l’induismo è inseparabile dall’India, quasi come se l’uno implicasse l’altro.

L’RSS (Rashtriya Swayamsevak Sangh, ovvero organizzazione nazionale di volontariato) è un’organizzazione paramilitare appartenente alla destra nazionalista indù. È stata fondata nel 1925 e oggi vanta un’influenza tutt’altro che marginale. Il primo ministro Narendra Modi, nonché un alto numero di ministri appartenenti al Bharatiya Janata Party (BJP), provengono da questa organizzazione. Questo può parzialmente spiegare il fatto che Modi abbia deciso di correre per la propria rielezione nel 2019 con un’agenda politica supportata da un sistema valoriale affine a quello dell’Associazione.

E così come l’RSS si dice preoccupata per l’ascesa del radicalismo islamico – non solo perché minaccerebbe pace e democrazia, ma anche perché starebbe mettendo in atto un tentativo pianificato di sradicare la società indù – così il primo ministro ha scelto di seguire una politica che, abbracciando il nazionalismo indù, ha avuto come necessaria conseguenza una deriva discriminatoria verso coloro che alla cultura induista non appartengono. Le modalità in cui questa discriminazione si è declinata sono molteplici. Tra gli esempi più eclatanti spiccano le proposte di legge di alcuni stati federali governati dal BJP per criminalizzare i matrimoni misti, l’uso discriminatorio dei registri nazionali dei cittadini per espellere migranti islamici e per impedirgli di raggiungere il paese, la repressione delle proteste pacifiche pro-Islam, e addirittura la sospensione di Amnesty International India nel 2020.

musulmani indiani, che compongono circa il 15% della nazione, sono per l’85% sunniti e per il 13% sciiti, ma la maggior parte di essi si considera anche sufi, ovvero essi accolgono e seguono la dimensione mistica o esoterica dell’Islam. Infatti, nel periodo in cui l’Islam si andava diffondendo in India, i sufi svolsero un ruolo importante in questa dinamica di conversione. Le relazioni commerciali tra l’Arabia e il subcontinente indiano risalgono a ben prima dell’epoca islamica, ma fu con l’avvento dell’Islam che gli arabi divennero una forza culturale di primo piano, trasformandosi nei portavoce della nuova religione. Gli islamici ebbero modo di espandere la propria influenza anche e specialmente in India, grazie ai lunghi periodi di dominio musulmano nel subcontinente. Ma per gli indù che per la prima volta entravano in contatto con l’Islam, il sistema di credenze sufi appariva particolarmente familiare e ragionevole, e addirittura religioni come il Sikhismo sono nate nella fucina di questo incontro.

Eppure, la tendenza dell’RSS è di interpretare l’intera storia premoderna delle relazioni indù-musulmane come una sequenza di eventi che ineluttabilmente hanno portato alla divisione India-Pakistan del 1947. Gli eventi storici del passato della nazione vengono visti come una prefigurazione della spartizione dell’India britannica in una Repubblica islamica del Pakistan e in un’Unione indiana a stragrande maggioranza indù. In tali narrazioni nazionaliste si presume inoltre che Induismo e Islam siano realtà reciprocamente opposte o addirittura ostili, la cui convivenza è stata resa possibile solo da entità secolari.

Studiosi come Richard Eaton, Will Sweetman, Dominique-Sila Khan, Richard King, David Lorenzen e molti altri hanno invece fatto notare che considerare le religioni come immutabili è un approccio astorico, che non tiene conto dei vari e complessi incontri, relazioni e interpretazioni che hanno avuto luogo tra musulmani e indù nel corso dei secoli.

Preoccupati per la realtà apparentemente insolvibile di una faida tra India e Pakistan, e dei conflitti comunitari tra indù-musulmani e nazionalismi religiosi, molto spesso si escogita una narrativa caricaturale del passato e del presente. A riprova di ciò, ogni giorno diventano sempre più numerosi i musulmani indiani che abbracciano la posizione secondo la quale l’Islam in India è sempre stato diverso dall’Islam praticato in altri paesi: è un Islam gentile, colto, lontano dal wahhabismo – una forma austera dell’Islam, basata su un’interpretazione letterale del Corano e che rifiuta il sufismo – come spiega il professore Brannon Ingram. La giornalista Tavleen Singh ha mostrato come numerosissimi musulmani indiani pensino che questo tipo di Islam sia attrezzato, grazie alla sua disponibilità verso il dialogo interreligioso, ad affrontare meglio il mondo moderno. D’altronde, lo stesso primo ministro Modi sembrava essere dello stesso parere durante il primo mandato.

A detta di Philip Jenkins, professore alla Baylor University, i sufi – compresi, dunque, i musulmani d’India – “sono potenzialmente la più grande speranza di pluralismo e democrazia all’interno delle nazioni musulmane”. Questa presa di coscienza potrebbe segnare una svolta per questa difficile convivenza tra musulmani e induisti in India.

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