Cile: lo stato di emergenza ed i Mapuche

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di Riccardo Seghizzi

Alcune regioni del Cile in stato di emergenza. Gli scontri tra la popolazione indigena dei Mapuche e le forze dell’ordine persistono e sono ormai fuori controllo. Pugno duro del presidente Sebastian Piñera. Uno sguardo alla complicata situazione cilena ed i Mapuche.

Dal 10 ottobre scorso, il Cile è sotto stato di emergenza mediante il decreto firmato ed annunciato dal presidente Sebastian Piñera. Più precisamente il Presidente ha annunciato lo stato emergenziale ed il dispiegamento dell’esercito in due regioni meridionali del Paese e quattro province, a causa degli scontri tra gli indigeni Mapuche e le forze di sicurezza.

L’apice degli scontri, già in corso nei giorni e mesi precedenti, si è vissuto nella capitale, Santiago, dove una persona è stata uccisa e 17 sono rimaste ferite. Anche negli svariati scontri precedenti sia civili innocenti, sia manifestanti ed agenti di polizia, sarebbero rimasti uccisi e feriti. Il popolo Mapuche, che rappresenta di gran lunga il gruppo indigeno più corposo in Cile, protesta attivamente da mesi per riottenere le terre ancestrali. I disordini di quei giorni di ottobre sono scaturiti sia dal contesto generale, sia dalla notizia dell’insabbiamento del processo per l’uccisione nel 2018, da parte della polizia, di un uomo Mapuche disarmato.

Piñera, 71 anni e Presidente nel 2010, 2014 e 2018, dopo gli ultimi avvenimenti ha deciso per il pugno duro, appunto con lo stato di emergenza. Il comunicato per lo stato emergenziale lima decisamente la libertà di riunione e movimento per i manifestanti, ed al contrario consente l’intervento dei militari in qualsiasi circostanza. Tale misura può durare 15 giorni al massimo e può essere rinnovata per ulteriori 15 dal Congresso. Molto probabilmente la situazione si protrarrà nel tempo, ed allo stato attuale interessa le province nella parte meridionale del Paese, ovvero: Biobio, Arauco, Malleco e Cautin. A sostegno di questa scelta molto dura del governo Piñera non ci sarebbero solo la salvaguardia dell’ordine pubblico e le serie difficoltà delle forze di sicurezza nel contenere i Mapuche, bensì anche la violenza legata al traffico di droga, al terrorismo ed alla criminalità organizzata commessa dai gruppi armati. Ironia della sorte, le dichiarazioni in merito a questo stato di emergenza del Presidente sono avvenute martedì 12 ottobre, nel Dia de la Raza, conosciuto come Columbus Day, controversa ed infelice festa nazionale per celebrare Cristoforo Colombo e la scoperta delle Americhe. Ironia, se si pensa che proprio questa ricorrenza sia pesantemente infelice per quasi tutti i popoli indigeni del continente, a causa delle colonizzazioni e soprusi subiti.

Focalizzandosi sulla controparte di questa emergenza, ovvero i Mapuche [1], si scopre come la popolazione indigena rappresenti, con i suoi 1,7 milioni di abitanti (numero che varia a seconda delle differenti fonti) circa il 10% della popolazione totale cilena. Essi si concentrano principalmente nelle regioni del centro-sud del Cile, tra Biobío, Araucanía e Los Ríos. Le loro rivendicazioni delle terre ancestrali, ora in mano ad azienda agricole, di legname o statali risalgono temporalmente ad almeno trent’anni fa.

La rivendicazione delle proprie terre espropriate parte dalla dittatura di Pinochet tra il 1976 ed il 1990. Il 90% delle terre Mapuche vennero vendute e le comunità confinante nelle cosiddette reducciones. [2]

Fu incentivato l’esodo verso le campagne per i Mapuche e rafforzato il latifondismo dei grandi proprietari terrieri, al fine di assimilare gli indios nella società cilena. Ovviamente la politica Pinochet fu, nei confronti delle minoranze etniche, estremamente violenta, con la distruzione non solo dei possedimenti, bensì anche delle strutture ed istituzioni politiche, sociali, economiche e culturali.

Va specificato come, anche nel resto dell’America Latina, la questione terriera e degli indigeni sia da anni al centro di dibattiti e scontri ripetuti. Inoltre, nello specifico caso della ‘nazione dei tre continenti’, si può tornare addirittura al XVII secolo per vedere le prime dominazioni ed espropri, senza dilungarsi nella colonizzazione spagnola del 1500 protratta dai conquistadores.

In una sola parentesi, quella precedente a Pinochet, nei confronti dei Mapuche vi fu uno sforzo integrativo. Durante il governo Allende molti ettari di terreno furono dati alle comunità indigene e furono garantiti diritti fondamentali, quali la restituzione delle terre espropriate, l’allargamento dei diritti territoriali, sostegno sociale e culturale, il miglioramento del sistema sanitario e l’insegnamento della lingua madre, il mapudungun.

In Cile, con il ritorno della democrazia post dittatura, i differenti governi che si sono susseguiti, hanno ripetutamente promesso di restituire le terre, o quanto meno di aprire al dialogo ed alle trattative. Purtroppo ciò non è mai avvenuto e, dopo oltre trent’anni di richieste inascoltate, i Mapuche hanno iniziato una stagione di rivolte sempre maggiormente violente, spesso armate, capitanate dai gruppi più radicali. Scontri con le forze dell’ordine, attacchi mirati a camion, convogli, proprietà private ed atti di vandalismo come due chiese bruciate, una cattolica romana ed una evangelica.

A cornice di questo quadro controverso va specificato che il Cile è uno dei pochi Paesi al mondo la cui costituzione non riconosce i suoi popoli indigeni.

Storicamente, i Mapuche hanno rappresentato la fascia maggiormente povera e discriminata della società cilena e, dopo anni di richieste inascoltate e soluzioni nemmeno mai dibattute nei loro confronti, hanno creato questa situazione incandescente e, come riportato da differenti media internazionali, fuori controllo, con addirittura zone intere del Paese ormai terra di conquista Mapuche. In molti però sono preoccupati che lo stato di emergenza e l’invio di ulteriori rinforzi armati da parte del governo non possa far altro che accrescere le tensioni, aumentare le violenze e gli scontri, invece che alleggerire e mettere sotto controllo la situazione.

Per Sebastian Piñera la questione Mapuche arriva in un momento delicatissimo. Dopo un primo periodo nel quale il Capo di Stato aveva deciso di astenersi dal prendere misure simili, sotto la pressione dei conservatori interni al partito e da parte di alcuni gruppi della società civile, Piñera è dovuto intervenire. L’intensificarsi delle proteste arriva in un momento poco fortunato per il Presidente, stretto dalle indagini per un suo potenziale coinvolgimento nei Pandora papers e dalla conseguente procedura per impeachment passata alla Camera, che poteva voler dire la parola fine al suo governo. Anche questa volta però pericolo scampato per il Presidente. Il Senato ha votato contro, bloccando la mozione e facendo rimanere saldo al suo posto Piñera, fino a fine incarico dell’11 marzo 2022.

Inoltre, Piñera era già nell’occhio del ciclone per quanto riguarda le proteste indigene; infatti già nel 2019 e nel 2020 svariate manifestazioni erano state represse sotto suo ordine in modo brutale, finendo sotto impeachment una prima volta, evitandolo.

La questione indigena però non sarà ancora a lungo un problema per Sebastian Piñera. Infatti, domenica 21 novembre il Cile è tornato alle urne per le elezioni presidenziali. Il Capo di Stato uscente aveva già annunciato il suo ritiro dalla corsa per un ulteriore mandato. Il risultato ha rispecchiato le attese: al ballottaggio del 19 dicembre ci andranno Josè Antonio Kast (Fcs-Partito Repubblicano) e Gabriel Boric (Ad). Il primo in testa con il 28% circa dei consensi, mentre Boric segue al 26%. Gli altri cinque candidati dietro con risultati molto inferiori. Profonda distanza quindi nel Paese, con i voti cristallizzati e polarizzati, tra chi ha scelto la nuova e radicale sinistra di Boric e chi invece con sapore nostalgico di Pinochet, ha votato l’estrema destra. Sconfitta significativa per tutti i partiti tradizionali che per decenni hanno guidato il Cile. Sarà il ballottaggio quindi – nessun candidato ha superato la soglia del 30% – a decidere chi prenderà la caldissima eredità di Piñera.

In conclusione, la risoluzione di queste proteste, ma più in generale della questione terriera e Mapuche, sembra lontana. La comunità indigena rappresenta però un baluardo di resistenza ad ogni forma di dominio ingiusto e per la lotta sia dei diritti fondamentali sia delle terre ancestrali. Come per i Mapuche, anche in altre zone del Sud America, il concetto di terra è calpestato dagli interessi governativi ed imprenditoriali. Per queste comunità la terra non è solo uno spazio delimitato, ma un qualcosa di trascendentale, che contiene cultura, società, storia, collettivo. Se è giusto condannare gli atti di violenza perpetrati dai Mapuche, è altrettanto giusto condannare chi per anni non ha ascoltato le richieste di questa comunità.

Note:

[1] Mapuche, letteralmente il “popolo della terra”, essendo il termine composto dalle parole mapudungun mapu “la terra” e che “popolo”

[2] Secondo il diritto cileno le reducciones erano proprietà collettive inalienabili, gli abitanti non avevano tasse da pagare e alla morte dei proprietari la terra doveva essere suddivisa tra i figli.

Fonti: AlJazeera, PrensaPresidencia, La Jornada, RaiNews, Faro di Roma, Reuters, MapucheInternationalLink, IlPost, Repubblica, ElPais.

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