Lo scacchiere afghano dopo la ritirata statunitense

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di Andrea Stucchi

Nonostante la brutta figura agli occhi dell’opinione pubblica e degli alleati – soprattutto degli europei, che faticano a decifrare una mossa del genere – gli Stati Uniti non potevano fare altro che andarsene da Kabul. Non possiamo confondere una sconfitta tattica con una necessità strategica. È infatti nell’interesse degli americani lasciare che a gestire il caos da loro stessi creato siano i propri avversari, primi fra tutti i cinesi. Dopo aver appurato – come se vent’anni di guerra non fossero bastati – che l’Afghanistan è ingovernabile, è arrivato il momento che sia qualcun altro a gestire il pantano afghano. La dipartita degli USA fa forse gola ai loro avversari, anche se, purtroppo per loro, l’Afghanistan sembra essere più un fardello che un’opportunità.

La Cina è interessata a porsi come sostenitore del nuovo governo di Kabul, non tanto per affinità, quanto per interesse strategico, ma anche commerciale – “I Taliban siedono su minerali dal valore di 1 trilione di dollari”, titola la CNN[1] facendo riferimento a terre rare, litio e altri metalli presenti nel sottosuolo afghano. 

Dal punto di vista strategico, Pechino è preoccupata riguardo la stabilità dell’Asia Centrale, snodo fondamentale per le Vie della Seta. Imponendosi sul nuovo esecutivo afghano, la Cina prova così a centrare due obiettivi fondamentali: prima di tutto, evitare che gli studenti – questa la traduzione di taliban – sostengano la causa degli uiguri nello Xinjiang, regione fondamentale per l’intero progetto, senza la quale rischia di crollare; in secondo luogo, proteggere il Pakistan dal caos latente in Afghanistan. Il Pakistan rappresenta infatti un corridoio per raggiungere l’Oceano Indiano bypassando lo stretto di Malacca, in mano americana, oltre che un alleato in funzione anti-indiana.

Infine, dal punto di vista della retorica, fa comodo alla Cina puntare il dito contro l’inaffidabilità degli Stati Uniti e la loro presunta decadenza, come monito da usare nei confronti degli alleati regionali degli USA, primo su tutti Taiwan.

In ogni caso, fino ad ora Pechino ha beneficiato della sciagurata avventura afghana degli Stati Uniti, che, impegnati su questo fronte, hanno per anni trascurato l’ascesa del Dragone. Nel lungo periodo il disimpegno americano non può che essere fonte di preoccupazione.

A sua volta il Pakistan sembra ergersi a vincitore, garante del regime talebano, con cui intrattiene rapporti privilegiati. Islamabad è legata a doppio filo alle sorti del vicino: fu proprio qui che i Taliban, cacciati dall’intervento americano in seguito all’11 settembre, organizzarono la resistenza. 

Tutto ciò giocherebbe a favore della Cina e a discapito dell’India, per ora ai margini della vicenda e da qualche tempo ai ferri corti con Pechino. 

Questo però non è necessariamente un fattore positivo per Islamabad, che così facendo si allontana ulteriormente dagli Stati Uniti e da quella parte della propria popolazione che non vede di buon occhio i radicali pashtun – principale etnia afghana, di cui fanno parte i Taliban, ma minoranza in Pakistan.

Un altro ruolo di primo piano, come confermato dalle nomine all’interno del nuovo esecutivo di Kabul[2], è svolto dal piccolo Qatar. Il Ministro degli Esteri qatariota è volato a Kabul poco dopo l’insediamento del governo talebano, nella prima visita ufficiale di alto livello da quando i militari americani hanno evacuato l’aeroporto[3]. Proprio a Doha si svolsero inoltre i colloqui che portarono all’accordo tra l’amministrazione Trump e i Taliban, in base al quale gli USA ufficializzarono l’evacuazione totale dal paese in cambio di garanzie anti-terroristiche. Il Qatar si coordina, come sempre, con la Turchia, per la quale funge da finanziatore. Probabilmente per contrastare la presenza cinese, sempre con un occhio di riguardo a non urtare gli interessi americani. 

La Turchia si propone infatti come interlocutore affidabile per i Taliban e potenza culturale di riferimento, ruolo riconosciutole da questi ultimi. I motivi della presenza turca tra i monti dell’Hindu Kush sono sempre stati chiari: diventare un avamposto della NATO (ossia degli USA) nella regione, per ottenere in cambio concessioni su altri teatri – Libia, Mar Rosso, Mediterraneo – e al contempo ergersi a potenza dominante nell’intera area. L’Afghanistan infatti lambisce il progetto neo-ottomano della Turchia moderna, che auspica di unire sotto la sfera d’influenza di Istanbul tutti i popoli turcofoni, dai Balcani al Turkestan Orientale (meglio noto come Xinjiang).

Per la Russia la questione afghana rimane un’arma a doppio taglio: Mosca ha paura dell’instabilità in Asia Centrale – zona già di per sé movimentata e sensibile a scossoni del genere – e in particolare della minaccia jihadista, ma anche dell’esodo di profughi verso le frontiere russe e del traffico di stupefacenti, principalmente eroina. D’altra parte il vuoto di potere le offrirebbe l’opportunità di giocare un ruolo di primo piano, da vera e propria grande potenza. Per ora Mosca rimane cauta, mentre rafforza la cooperazione militare con i suoi ex satelliti, soprattutto Tajikistan e Uzbekistan. Sembra disposta ad accettare i Taliban al potere e una sorta di condominio sull’Afghanistan, anche perché tutte le potenze interessate – Cina, Iran, Turchia, Pakistan – sono in rapporti più o meno cordiali con Mosca.

Nel 2001 Putin si mostrò felice di offrire supporto alla causa statunitense, concedendo persino alla missione internazionale ISAF l’uso di basi russe nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale. Forse per mostrare al mondo una Russia di nuovo grande dopo la tragedia degli anni 90, forse perché, memore dell’avventura sovietica terminata poco più di dieci anni prima, sperava che accadesse quello che poi è realmente accaduto: la macchina da guerra americana con le ruote nel fango, così come lo furono i carrarmati sovietici. In vent’anni la relazione con gli americani è cambiata diametralmente: gli avamposti USA nella regione sono stati evacuati e la Russia non offre più alcun supporto – logistico o di alcun tipo – agli americani, né qui né altrove.

L’Iran si trova invece in una posizione più complicata. Apparentemente gioisce della disfatta americana, di non avere più truppe nemiche addossate al proprio confine e del rapporto privilegiato che gode nei confronti dei Taliban. Ma nonostante le radici iraniche dell’etnia pashtun, Teheran e Kabul furono nemici per diversi anni e cominciarono a collaborare solo per il comune interesse ad opporsi allo Stato Islamico. I Taliban potrebbero in futuro voltare le spalle sia al vicino che alle minoranze sciite interne. L’Afghanistan rappresenta quindi per la Repubblica Islamica, più che per tutte le altre potenze coinvolte, una grande fonte di preoccupazione.

Ora che l’Iran è in una fase critica su diversi fronti – il colloquio con gli USA per il trattato sul nucleare, l’economia, le relazioni con Israele, la riduzione della propria sfera di influenza regionale – potrebbe non permettersi di concentrare le proprie risorse su questo fronte, rimanendo piuttosto sulla difensiva.

Le istanze delle principali potenze coinvolte – Cina, Turchia e, in misura minore, Russia – mostrano come anche per loro l’Afghanistan non sia una partita strategica fondamentale: non ha una valenza di per sé primaria; ma può essere volta a proprio favore da ciascuna di queste potenze: la Cina per consolidare la propria sfera di influenza, la Russia per tornare forte in Asia centrale, la Turchia per perseguire il suo progetto imperiale. Sempre con il rischio di essere travolte dal vortice afghano. Ma a differenza degli Stati Uniti, nessuna può permettersi di fallire. Per ora regna la cautela.

Note: [1] Julia Horowitz, The Taliban are sitting on $1 trillion worth of minerals the world desperately needs, CNN, 19 Agosto 2021 [2] Federico Petroni, Che cosa ci dice il governo formato dai taliban, Limes, 8 Settembre 2021 [3] Qatar foreign minister in Afghanistan in first high-level visit, Aljazeera, 12 Settembre 2021 [4] Alexander Cooley, A Post-American Central Asia, Foreign Affairs, 23 Agosto 2021 Bibliografia: Alexander Cooley, A Post-American Central Asia, Foreign Affairs, 23 agosto 2021  Kevjn Lim, Afghanistan Is a Bigger Headache for Tehran Than It Is Letting On, Foreign Policy, 15 settembre 2021  Husain Haqqani, Pakistan’s Pyrrhic Victory in Afghanistan, Foreign Affairs, 22 luglio 2021 Orietta Moscatelli, La profezia di Gromov ovvero come i russi si schierano nel dopoguerra, Limes – rivista italiana di geopolitica, n. 8, 2021 Daniele Santoro, Federico Petroni, Le priorità delle potenze eurasiatiche nel pantano dell’Afghanistan, limesonline, 24 agosto 2021 Speciale Afghanistan: gli attori esterni, ISPI, 19 agosto 2021 
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