L’ombra nera sulla Francia e l’Europa

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di Riccardo Arcobello

Colonna sonora consigliata: Alors se dance, Stromae

Fin dalla sua nascita con i Trattati di Roma del 1957, il Consiglio dell’Unione Europea prevede una presidenza a rotazione in cui ogni sei mesi un paese membro a turno presiede le riunioni e dirige i lavori. A inizio Luglio 2021 è iniziata la presidenza slovena – coadiuvata da Portogallo e Germania – che si occupa di programmare temi e dossier principali da trattare in seno al Consiglio per i 18 mesi successivi. Sebbene il semestre a guida slovena sia appena iniziato, molti diplomatici e funzionari guardano già al futuro con una certa preoccupazione: fra pochi mesi la guida del Consiglio dell’UE spetterà alla Francia di Emmanuel Macron.

I francesi vengono spesso considerati fautori di politiche protezionistiche e dirigiste, dannose per il libero scambio e per la tenuta delle democrazie occidentali, e per questo motivo il mondo liberale europeo teme che la politica commerciale dell’Unione possa frenare bruscamente sotto la guida francese. Inoltre, altra fonte di angoscia per l’Europa è l’imminente sfida elettorale del prossimo anno su cui aleggia lo spettro nazionalista di Marine Le Pen. Per quanto l’ideologia della leader di Rassemblement National sia ben nota ai partner europei della Francia, allo stesso modo preoccupa la possibilità che Macron per rinvigorire la propria (scarsa) reputazione si avvicini parzialmente alle idee della propria sfidante per recuperare qualche voto perso. Ad esempio, è altamente improbabile che Macron possa firmare accordi commerciali con potenze straniere in campo agricolo o in altri settori, in quanto potrebbe nuocere alla sua popolarità.

Secondo fonti vicine al Consiglio[1], è opinione diffusa tra i liberali europei che la Francia possa approfittare di un contesto abbastanza particolare – soprattutto in seguito alla pandemia – per incentivare la creazione di colossi industriali e al fine di evadere le regole sulla leale concorrenza all’interno del mercato unico. L’obiettivo di molti è concludere quanti più accordi prima che la presidenza francese abbia inizio. D’altro canto, per molti altri diplomatici i rischi sono abbastanza limitati nonostante lo scetticismo nei confronti di Parigi, poiché si ritiene che l’influenza francese al timone del Consiglio sarà comunque contenuta e non decisiva. Al di là delle legittime e comprensibili divergenze di vedute, il punto di sintesi che unisce larga parte degli addetti ai lavori è la scarsa affidabilità della Francia, a cui – come anticipato – si aggiungono le nubi nere di Le Pen che potrebbero stravolgere i già precari equilibri europei.

Ed è proprio su Marine Le Pen che le istituzioni europee e gli stati membri tengono i riflettori puntati. Pochi giorni fa la leader nazionalista è stata rieletta per la quarta volta e quasi all’unanimità a capo del proprio partito, al quale ha ribadito i punti cardine del proprio programma elettorale: lotta all’immigrazione e alla globalizzazione, euroscetticismo e conservatorismo sociale. Sebbene la propria base elettorale condivida ampiamente le idee protezionistiche e a tratti autoritarie, Le Pen è consapevole di dover allargare la platea di potenziali elettori. Rispetto a qualche anno fa le chance di vittoria sono molto più alte e i recenti sondaggi danno il Presidente uscente e Le Pen quasi appaiati[2]. Tuttavia, dalle ultime elezioni regionali francesi sono arrivati alcuni dati poco rassicuranti per la destra radicale. Lo scorso 27 giugno il Rassemblement National non è stato in grado di eleggere nessun governatore, evidenziando come Le Pen abbia bisogno dei voti “moderati” per riuscire a guidare la Francia: le sue numerose sconfitte, insieme a quelle passate del padre, dimostrano come gli estremismi difficilmente facciano breccia nella maggioranza degli elettori. In simultanea, le regionali francesi hanno sancito anche l’ennesima battuta d’arresto per Macron che adesso teme una disfatta totale alle elezioni del 2022. Chi invece può gioire per i risultati ottenuti è la destra moderata guidata da Bertrand, fortemente ridimensionata negli ultimi anni dall’ascesa del fronte nazionalista ma che alla luce dei risultati ottenuti sembra aver ancora buone possibilità di vittoria alle presidenziali.

L’angoscia europea verso l’eventualità che Le Pen diventi la nuova Presidente francese è diffusa oggi più che mai, ma come detto i punti deboli della leader di RN sono molteplici. La virata verso il centro risulta quasi impercettibile agli occhi degli elettori – a differenza per esempio di quanto sia accaduto con i partiti di destra radicale italiana – e i sondaggi ne danno ulteriore dimostrazione. Malgrado un numero di voti potenziali simile a quelli di Macron, le previsioni in merito agli eventuali ballottaggi non lasciano ben sperare i nazionalisti francesi. Ad oggi, Le Pen perderebbe al ballottaggio sia contro Macron con circa il 10% di scarto, sia contro Bertrand con addirittura il 20% di margine. Quest’ultimo – ex ministro con Chirac prima e Sarkozy poi – riesce a offrire una percezione di sé e del proprio partito più equilibrata e poco avvezza agli estremismi.

In generale, il quadro francese attuale è piuttosto statico. I mesi successivi che porteranno alla Presidenza del Consiglio dell’UE e alle elezioni presidenziali vedranno nuovi sviluppi ed è lecito aspettarsi che Macron possa venire influenzato dai prossimi appuntamenti elettorali. Egli persevererà con una politica di respingimento dei migranti e cercherà gli endorsement di altri attori europei, i quali però scarseggiano dopo anni piuttosto altalenanti. A Berlino ci si avvicina alla fine dei governi di Angela Merkel dopo oltre quindici anni, mentre l’accenno di riavvicinamento tra Parigi e Roma non è di certo sufficiente. Inoltre, non è passata inosservata la sconfitta del generale libico Haftar che, nonostante l’appoggio francese, non è mai riuscito a conquistare Tripoli. Pertanto, le carte da giocare in mano al Presidente Macron sono sempre meno e la sua rielezione è sempre più un miraggio. L’Unione Europea osserva attentamente gli sviluppi francesi perché – come ovvio – da essi derivano anche le prospettive europee future. Sia i capi degli stati membri sia le istituzioni europee sarebbero destabilizzati e impreparati a una svolta nazionalista a Parigi, poiché si incrinerebbero i processi di integrazione (già lenti di per sé) e le azioni comuni contro i governi autoritari come in Bielorussia o Ungheria.

Al di là di chi guiderà la Francia dalla prossima primavera, il cruccio nazionalista continuerà a logorare le ambizioni europee ed europeiste: il caso francese non è isolato, l’ombra di Le Pen è accompagnata da vicino da molte altre. L’onda nera è silente e in alcuni casi dormiente, ma è sempre scrutabile all’orizzonte.

Note:

[1] B.Moens, G,Leali – “Free traders buckle up for French EU presidency”, Politico.eu – 05/07/2021

[2] Il mondo in tasca – “Francia: Le Pen ci riprova”, ISPI (Istituto Studi Politica Internazionale) – 05/07/2021

Foto in copertina: New York Times
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