La demografia minaccia la potenza cinese

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di Maria Morante

L’11 maggio 2021 il National Bureau of Statistics of China ha pubblicato i risultati dell’ultimo censimento nazionale, il settimo nella storia della Repubblica Popolare. Dai risultati è emerso che la popolazione cinese ammonta a 1,411.78 miliardi – la cifra include solo i residenti nella Cina continentale, escludendo i residenti di Hong Kong, Macao e Taiwan e i cittadini stranieri residenti nella mainland China – confermandosi così il primo Paese al mondo per popolazione.

Approfondendo i risultati si nota subito che, rispetto al censimento del 2010, quando la popolazione si attestava a 1,339.72 miliardi, nel decennio 2010-2020 c’è stato un incremento del 5,38% e la crescita media annua della popolazione è stata dello 0,53%. Questi dati, nonostante rimangano sbalorditivi in termini numerici, nascondono una verità che non fa sorridere Pechino. Si tratta del tasso di crescita più basso registrato da quando nel 1953 la Repubblica Popolare ha iniziato a censire la popolazione. Infatti, nel decennio 2000-2010 il tasso di crescita media annua si attestava allo 0,57%, cioè 0,04 punti in più rispetto al decennio 2010-2020. Questo vuol dire che la popolazione cinese continua a crescere, ma ad un ritmo molto meno serrato.

Inoltre, i dati nascondono un’altra scomoda verità: la popolazione cinese invecchia sempre più velocemente. Sembra infatti che il 17,95% della popolazione abbia tra 0 e 14 anni, dato che, comparato al 2010, riporta un aumento dell’1,35%; il 63,35% della popolazione ha tra 15 e 59 anni, dato che comparato riporta una diminuzione del 6,79%; il 18,70% risulta over 60, che comparato risulta in aumento del 5,44%.

Questo vuol dire che l’allentamento delle politiche sul controllo sulle nascite, come l’abolizione della Politica del Figlio Unico, in vigore dal 1979, hanno portato dei risultati positivi. Ma non sembra essere sufficiente. Nel 2020 infatti si è registrato il numero di nascite più basso di sempre (se si escludono gli 11,8 milioni nati durante la grande Carestia del 1961), cioè 12 milioni di nuovi nati, il 22% in meno rispetto al 2019.

Ma il censimento ci fornisce altre informazioni preziose. Primo, il rapporto tra sessi conferma una disproporzione tra uomini e donne, nonostante il dato sia in discesa rispetto al 2010. Questo è giustificato dall’abolizione della Politica del Figlio Unico, la quale induceva le coppie a preferire i figli maschi sulle figlie femmine. Nonostante ciò, recentemente il governo cinese ha comunicato che il 15% dei celibi nati tra il 1990 e il 2015 molto probabilmente non troverà sposa.

Secondo, la popolazione fluttuante, cioè i migranti interni, è aumentata del 70% negli ultimi dieci anni, un numero impressionante che accentua lo squilibrio tra le province centrali e occidentali e quelle orientali, nettamente più sviluppate e urbanizzate.

Questi dati avranno certamente un impatto sul modello di sviluppo cinese e il governo di Xi Jimping dovrà ora impegnarsi per rallentare o invertire questi trend negativi.

In primo luogo, l’invecchiamento della popolazione esercita non poca pressione sulle casse dello Stato e, anzi, un rapporto pubblicato nel 2019 dalla Chinese Academy of Social Sciences riportava che entro il 2035 il fondo pensionistico statale si esaurirà. Il governo sarà quindi costretto ad aumentare l’età pensionabile, che oggi si attesta sui 60 anni, e dovrà farlo in fretta poiché si appresta alla pensione un gran numero di anziani, quelli nati durante i boom economici degli anni successivi alla Carestia del 1961. Proprio questa porzione di popolazione, insieme a quella nata nel boom degli anni 70, fra il 1982 e il 2000 ha concorso per il 27% alla crescita del PIL del Paese e oggi si aspetta di poter godere dei frutti del proprio lavoro.

Per il momento il governo ha attivato dei programmi di sostegno e dei riconoscimenti economici. Al contrario, l’ipotesi di un graduale aumento dell’età pensionabile nei prossimi cinque anni fa molto discutere e crea tensioni.

Ma il governo è chiamato ad agire anche sulle nascite. Dopo aver apportato alcune modifiche al codice civile per disincentivare il divorzio, il 31 maggio il Presidente Xi, per tentare di limitare l’invecchiamento nel lungo periodo, ha comunicato che le coppie sposate avranno ora il permesso di avere fino a tre figli. Si tratta di un annuncio storico, che conferma la preoccupazione del governo.

L’abolizione della Politica del Figlio Unico nel 2016 non ha portato ai risultati sperati: quell’anno ci fu un boom di nascite, ma poi la curva tornò a scendere e mai si sono registrate le nascita auspicate, cioè 20 milioni all’anno.

Dietro alla resistenza delle coppie cinesi vi sono delle ragioni non solo economiche, ma anche culturali. Economiche perché coloro che in questi anni si sono trovati in età matrimoniale sono figli unici i quali devono aggiungere ai costi di mantenimento dei figli anche il sostegno ai genitori, nella maggior parte dei casi lasciati soli nelle zone meno popolose del Paese e non autosufficienti. Culturali perché anni di politica del figlio unico hanno plasmato una popolazione di persone sole. Una popolazione che non ha fratelli e sorelle, cugini, nipoti, zii. Una popolazione abituata ad investire su un solo figlio tutti gli investimenti. Modificare questo genere di abitudini non è certamente facile.

Come si traducono questi dati in termini geopolitici? Tra i fattori che determinano la potenza di uno stato non ci sono solo la forza economica e militare, ma anche – e forse soprattutto – le caratteristiche demografiche del paese.

Uno stato con una popolazione che invecchia è uno stato con delle prospettive di crescita poco felici. Infatti, la Cina deve parte del proprio sviluppo e della propria potenza al fatto che tra gli anni 90 e 2000 una larga percentuale della popolazione si trovasse in età lavorativa. Al contrario, il censimento del 2020 ha attestato che la popolazione attiva è diminuita quasi del 7% rispetto al 2010.

Le grandi potenze per rimanere tali hanno bisogno di popolazioni giovani e attive che contribuiscano allo sviluppo del paese, ma che siano anche pronte a combattere per esso. La Cina non può permettersi di invecchiare considerati i progetti di lungo periodo, tra cui la competizione economica e militare con gli Stati Uniti e la (ri)conquista di Taiwan entro il 2049. Si tratta di obiettivi che richiedono una considerevole preparazione militare e per questo motivo il governo cinese ha predisposto un “programma per l’addestramento militare degli studenti delle scuole superiori”, tramite cui apprenderanno le conoscenze e le abilità militari di basi che potranno essere utili per difendere in un futuro non troppo lontano l’interesse nazionale.

Oltre che di risorse umane, Pechino ha bisogno anche di risorse finanziare, che al momento non sembrano mancare. È plausibile però che nel lungo periodo la Cina possa trovarsi davanti al c.d. dilemma burro-cannoni, cioè trovarsi a scegliere dove investire le proprie finanze, se nel sistema pensionistico e in altri strumenti di welfare oppure nei settori strategicamente più importanti, come quello militare.

Ad ogni modo, l’incubo demografico attanaglia non solo il governo cinese, ma anche il governo russo, da sempre alle prese con un paradosso demografico (territorio enorme per una popolazione esigua), il governo giapponese, che entro il 2050 avrà un popolazione formata per circa il 37% da over65, e i governi europei. Infatti, la popolazione dell’Unione Europea ha di fatto smesso di crescere e l’Italia è al primo posto per invecchiamento della popolazione.

Al contrario, gli Stati Uniti – terzo Paese al mondo per popolazione – non sembrano avere gli stessi problemi in termini numerici e a far la differenza sembra essere la percentuale di immigrati e di highly-skilled workers accolti che contribuisce allo sviluppo del Paese. Nel 2019, infatti, gli immigrati rappresentavano il 13,7% della popolazione americana, dato in continua crescita seppure a tassi più bassi dovuti ai quattro anni di presidenza Trump. Allo stesso tempo, però, gli Stati Uniti si troveranno a dover gestire un plausibile sorpasso della popolazione nera e ispanica su quella bianca. Il censimento più recente ha infatti dimostrato che la maggioranza della popolazione under 16 è composta da “nonwhites” e ispanici. Si stima che tra 25 anni i bianchi non ispanici diventeranno la minoranza all’interno della popolazione. Ciò causerà senza dubbio tensioni e cambiamenti all’interno della società americana.

Inoltre, si stima che entro il 2050 la metà della crescita della popolazione mondiale sarà concentrata in soli 8 Stati tra l’Africa, specie nella regione sub-sahariana dove la popolazione dovrebbe raddoppiare, l’Asia sud-orientale (Indonesia e Filippine su tutti) e il sub-continente indiano. Attenzione particolare va all’India, oggi secondo Paese al mondo per popolazione, che entro il 2050 potrebbe superare la Cina poiché cresce a tassi più elevati. Inoltre, si stima che solo il 6,72% della popolazione indiana sia over 65, cioè meno della metà di quella cinese, e che gli attivi rappresentino più del 60% della popolazione.

Che la competizione tra potenze si risolva sul piano demografico?

FONTI PRINCIPALI:

Patrizia Farina, La Cina rinuncia al controllo delle nascite. Troppo poco e troppo tardi, 23/06/2021, Limesonline.

National Bureau of Statistics of China. http://www.stats.gov.cn/english/.

Lyman Stone, The Chinese Communist Party Wants a Han Baby Boom That Isn’t Coming 30/06/2020, Foreign Policy.

Nicholas Eberstadt, With Great Demographics Comes Great Power, July/August 2019, Foreign Affairs.

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