L’Iran non ha bisogno di Raisi

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di Andrea Stucchi

In vista delle elezioni previste per il 18 giugno in Iran, il Consiglio dei Guardiani ha selezionato, tra 40 candidati con le prerogative adatte, solo 7 eleggibili per la carica di Presidente, escludendo così dalla corsa elettorale figure di spicco come l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, Eshaq Jahangir, ex vice dell’attuale presidente Rohani e Ali Larijani, ex presidente del parlamento iraniano. Il discrimine sembra essere stato l’orientamento politico dei candidati: l’élite religiosa infatti, preoccupata di mantenere il proprio potere, ha selezionato gli esponenti conservatori e più vicini al clero, esonerando moderati e riformisti. Nonostante l’appello di Rohani sulla legittimità delle nomine[1], a vincere sarà con molte probabilità Ebrahim Raisi, attualmente capo della magistratura, candidato conservatore vicino a Khamenei e suo probabile successore. Inutile menzionare che nessuna donna è stata presa in considerazione.

Ma come funziona il processo elettorale in Iran? I cittadini iraniani eleggono direttamente il Parlamento, l’Assemblea degli Esperti e il Presidente. L’elezione di quest’ultimo è appunto mediata dal Consiglio dei Guardiani, composto da dodici membri, per metà nominati dalla Guida Suprema Ali Khamenei e per metà dal potere giudiziario, che a sua volta però è dipendente dalla Guida Suprema. Insomma, in Iran gira tutto intorno a Khamenei, già ispiratore di Khomeyni e della relativa rivoluzione islamica. Il potere della Guida e delle persone a lui vicine si è consolidato negli ultimi tempi, in reazione alla strategia di “massima pressione” adottata da Trump che, nonostante sia riuscita a mettere in ginocchio l’economia iraniana (con ricadute soprattutto sulla classe media), ha rafforzato la cosiddetta “linea dura”. A ciò va aggiunto l’assassinio del Generale Soleimani a inizio 2020 che, piuttosto che indebolire la Repubblica Islamica, ha compattato la sua popolazione attorno al sentimento patriottico e antistatunitense.

Il timore è che le prossime elezioni siano contraddistinte – complice anche la situazione pandemica, con l’Iran da poco uscito dal più alto picco di contagi[2] – da un forte astensionismo. Se questo non è un buon indicatore dello stato di salute di un regime – democratico o meno – in tempi normali, nella situazione attuale una crisi di legittimità del potere politico è cosa assai grave. Teheran si trova infatti ad affrontare una situazione economica difficile, aggravata dalle pesanti sanzioni imposte dagli Stati Uniti a causa della violazione dei termini del Joint Comprehensive Plan Of Action (JCPOA), trattato sul nucleare firmato nel 2015. Le sanzioni – a loro volta discutibili, dato che gli USA si sono ritirati unilateralmente dal trattato – riguardano primariamente il superamento dei limiti imposti all’arricchimento dell’uranio (3,67%)[3], soglia oltre la quale c’è il sospetto che possa essere usato per scopi militari. Il paese ha quindi bisogno di una leadership forte ma soprattutto che goda del pieno sostegno popolare.

La scelta di Khamenei sembra quindi essere collegata anche al dossier del JCPOA, in merito al quale sembra non voler fare alcuna concessione, anche se la situazione economica lo richiede.

Tra le priorità di Teheran infatti, la prima è quella di trovare un nuovo accordo sul nucleare, o almeno di ritornare all’originale 2015, soprattutto per sanare un’economia troppo dipendente dal petrolio e strangolata dalle sanzioni. I colloqui per l’accordo sono in corso a Vienna da ormai quasi due mesi tra Iran e Francia, Germania, Regno Unito, Cina e Russia, con gli USA che, essendosi ritirati dal gruppo “P4+1”, partecipano indirettamente.

Mentre è probabile che vengano rimosse alcune sanzioni secondarie – per esempio sull’esportazione di petrolio e sui metalli preziosi – che impediscono all’Iran l’accesso alle proprie riserve monetarie presso banche estere, è altrettanto probabile che altre sanzioni imposte da Trump dopo il ritiro dall’accordo nel 2018 rimangano. Sono sanzioni non direttamente collegate all’accordo, come quelle legate alle accuse di sostegno al terrorismo, ma che colpiscono alcuni attori economici direttamente collegati ad esso, tra cui la Banca Centrale Iraniana e la National Iranian Oil Company.

Mentre il fronte interno è stato rafforzato dalla postura aggressiva dell’Amministrazione Trump, dal punto di vista strategico l’Iran si trova piuttosto in difficoltà. Gli Accordi di Abramo hanno indebolito il blocco antisionista nella regione, di cui la Repubblica Islamica si intesta la guida, mitigando l’antagonismo ad Israele tipico degli stati arabi. La cautela delle reazioni in merito ai recenti scontri a Gaza ne è testimonianza. Accanto alle solite scaramucce con Tel Aviv, Teheran è preoccupata da altri attori, in primis la Turchia, preoccupazione condivisa con gli americani.

La combinazione di sanzioni economiche e timore per l’assertività turca ha avuto l’effetto di avvicinare l’Iran alla Russia e, soprattutto, alla Cina. I due paesi hanno infatti firmato a fine marzo un accordo di cooperazione della durata di 25 anni, dal valore stimato di 400 miliardi di dollari[4]. Se da una parte la mossa iraniana è stata obbligata dalla situazione economica, essa è in controtendenza con la tradizione di indipendenza strategica e certifica il momento di debolezza. La Cina ne approfitta per mettere i bastoni tra le ruote alla strategia degli Stati Uniti in Medio Oriente, disposti sì a fare qualche concessione, ma non tanto da permettere a Pechino di creare una sua sfera di influenza regionale.

Biden ha quindi tutto l’interesse a riammettere un attore ancora fondamentale per la stabilità del Medio Oriente, a fronte di un crescente disinteressamento americano per la regione, ormai secondaria se paragonata al teatro dell’Indo-Pacifico.

Nonostante l’apparente intransigenza, in questi ultimi tempi Teheran si è mostrata molto cauta nei confronti degli USA. I continui innalzamenti dei livelli di arricchimento dell’uranio non servono ad altro che attirare l’attenzione, portare l’avversario al compromesso. E anche l’accordo con la Cina serve ad alzare la posta in gioco. Al pugno duro Teheran alterna mosse più distensive, tra cui l’inedito inattivismo (se non a parole) riguardo agli scontri a Gaza tra Hamas – cliente dell’Iran – e il nemico giurato Israele.

L’atteggiamento è stato recepito, tanto che, dopo la parentesi oltranzista di Trump, la nuova amministrazione è tornata, seppur indirettamente, al tavolo del negoziato.

Paradossalmente, gli interessi di breve periodo dei due acerrimi nemici coincidono: gli USA vogliono che Teheran si stacchi economicamente (e quindi politicamente) da Pechino e l’Iran ha bisogno di tornare più indipendente, per non finire stritolato dal Dragone.

Le nomine del Consiglio dei Guardiani e la probabile vittoria di Raisi sembrano così dettate da interessi di breve periodo – il potere della Guida Suprema, la volontà di non scendere a compromessi con Washington – e forse sono un ulteriore bluff per alzare la posta in gioco con gli americani, ma trascurano gli interessi di lungo corso – il mantenimento dell’autonomia strategica e della legittimazione popolare, la ripresa dell’economia, un compromesso con gli USA per la stabilità regionale. Ebrahim Raisi non sembra essere ciò di cui l’Iran ha bisogno.

Fonti:

  • Alessia De Luca, Presidenziali in Iran: vincere facile, 28 maggio 2021, ISPI Online Publications;
  • Annalisa Perteghella, Iran, dalla “massima pressione” alle prove di distensione, 19 maggio 2021, ISPI;
  • Emanuele Bobbio, Per l’Iran, l’accordo con la Cina è necessario ma non sufficiente, 30 marzo 2021, limesonline;
  • Ghadir Nasri, Prigionieri dell’ansia strategica, 6 febbraio 2020, Limes – rivista italiana di geopolitica;
  • Hadi Kahalzadeh, “Maximum Pressure” Hardened Iran Against Compromise, 11 marzo 2021, Foreign Affairs;
  • Mohammad Javad Zarif, Iran Wants the Nuclear Deal It Made, 22 gennaio 2021, Foreign Affairs.

Foto in evidenza: New York Times.

Note:
[1] https://iranintl.com/en/iran/rouhani-issues-warning-guardian-council-over-iran-presidential-poll

[2] https://www.lastampa.it/esteri/2021/06/01/news/covid-in-peru-il-piu-alto-tasso-di-mortalita-al-mondo-1.40339570

[3] https://www.armscontrol.org/factsheets/JCPOA-at-a-glance

[4] https://www.nytimes.com/2020/07/11/world/asia/china-iran-trade-military-deal.html

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