La Turchia di Erdogan tra ambizione e realtà

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di Riccardo Arcobello

Le ambizioni imperialistiche della Turchia e del suo presidente Erdogan non accennano a placarsi e, anzi, negli ultimi anni si sono semmai amplificate. Dalla fine dell’impero ottomano nella prima metà del secolo scorso, il popolo turco ha solo temporaneamente accantonato i propri sogni di gloria, i quali oggi però appaiono rinvigoriti. Sebbene i mezzi a disposizione non siano di pari livello rispetto ad altre potenze globali, la Turchia possiede ancora oggi forze armate di primo rango, accompagnate da una buona burocrazia al proprio interno, una classe dirigente piuttosto forte e – soprattutto – una visione di medio-lungo periodo ben chiara e strutturata, nonché da una notevole influenza a livello regionale. Tuttavia, lo stato turco fatica a fronteggiare le esigenze sanitarie causate dalla pandemia e a sostenere adeguatamente la propria economia e la propria moneta; il tessuto socioeconomico dunque ne risente, poiché se fino a pochi anni fa l’economia turca era uno dei punti di forza in mano ad Erdogan, oggi il presidente turco vede il proprio potere affievolito rispetto al passato e vulnerabile a nuovi malcontenti (anche, ad esempio, in riferimento alle diffuse proteste femminili in seguito al ritiro dalla Convenzione di Istanbul sulla violenza contro le donne).

Malgrado alcuni punti deboli, sul versante esterno la Turchia dimostra sempre grande autorevolezza e attira spesso le attenzioni di altri attori internazionali, Unione Europea e Stati Uniti in primis. A partire dalla Guerra Fredda – quando Ankara svolgeva il ruolo di “sentinella” NATO nei confronti dell’Unione Sovietica – la Turchia si è sempre distinta per avere un peso ragguardevole all’interno del sistema internazionale. Oltre ad avere un ruolo predominante a Tripoli, opponendosi alla presenza russa sul versante opposto in Libia, Erdogan gestisce i flussi migratori verso la Sicilia e l’Europa al punto da utilizzare sovente la questione come arma di ricatto. Basti pensare che, pochi anni addietro, la Germania si trovò costretta ad elargire ingenti somme di denaro ad Ankara al fine di arginare la rotta migratoria balcanica e, allo stesso modo, nel marzo 2016 Unione Europea e Turchia firmarono un accordo (pari a 6 miliardi di euro) per il rimpatrio di migranti irregolari in territori turchi. Ma nonostante un rapporto controverso con i paesi europei e una struttura democratica farraginosa con inclinazioni autoritarie, la Turchia è ancora in lizza per entrare nell’Unione Europea: il dialogo sull’asse Ankara-Bruxelles non si limita al dossier migratorio, bensì coinvolge anche una cooperazione in funzione anti-terroristica, un’unione doganale su beni industriali portata avanti sin dal 1995 e, ancora, trattative iniziate nel 2013 per la liberalizzazione dei visti al fine di permettere il libero accesso di cittadini turchi nell’area Schengen. Così si spiegano i recenti tentativi di distensione dei rapporti a livello regionale e alla ricomposizione delle relazioni diplomatiche, con l’obiettivo di rinnovare una cooperazione bilaterale dopo anni di aspre tensioni. Benché le differenze culturali con i paesi europei rimangano sostanziali e per quanto Erdogan sia una personalità difficile da contenere, la Turchia rimane un interlocutore indispensabile ed utile agli interessi europei e non solo. Ankara è un alleato ambiguo e prezioso anche per la grande potenza americana, la quale necessita di un’entità amica che contenga le ambizioni dell’Iran in Medio Oriente e della Russia in Nord Africa e nei colli di bottiglia. Infatti, il Mediterraneo è un mare ambito e ricco di opportunità in merito alle rotte commerciali e all’accaparramento di risorse. Dallo scorso mese di gennaio, la Turchia ha cessato le attività di esplorazione energetica nelle acque vicine a Cipro e nell’Egeo, ma sul tema è lecito aspettarsi nuovi sviluppi e una conferenza regionale per discutere della questione in divenire. Per tutti questi motivi e malgrado alcune problematiche, è interesse di Washington stessa mantenere la Turchia sotto la sfera di influenza americana e, parallelamente, affiancata agli alleati europei senza i quali la potenza per eccellenza smetterebbe di essere tale. Peraltro, il rapporto con gli Stati Uniti è ancor più delicato da quando alla Casa Bianca siede il presidente Biden; il fatto che quest’ultimo possa riconoscere il genocidio degli armeni e, più in generale, non faccia sconti ad Ankara in materia di diritti umani rende il rapporto tra le parti più complesso e instabile. Infine, detto in precedenza dell’influenza turca sul dossier libico e sulle dinamiche geopolitiche e marittime, un altro riavvicinamento significativo è quello con l’Egitto: Erdogan ritiene di cruciale importanza riallacciare i rapporti con Il Cairo al fine di evitare una condizione di accerchiamento regionale di soggetti rivali, soprattutto in seguito agli Accordi di Abramo – sempre che essi non vengano stravolti dopo i recenti eventi – da cui la Turchia non ha tratto benefici consistenti.

In generale, tutte queste partite aperte e i rapporti altalenanti con altri soggetti internazionali spiegano come la Turchia sia un player dai connotati molto particolari. Se da un lato le mire imperialistiche sono ben distanti dall’essere accantonate, allo stesso tempo l’imprevedibilità turca rende il potere di Ankara più debole e facilmente attaccabile. Le potenzialità e gli assi nella manica di Erdogan sono innumerevoli in tutte le questioni aperte, sia attraverso armi di ricatto sia con ruoli imprescindibili in diverse circostanze. Tuttavia, per soddisfare le proprie ambizioni la Turchia necessita di chiarire il proprio ruolo all’interno delle alleanze internazionali e, al contempo, deve gestire in maniera efficace le dinamiche interne per mantenere saldo il consenso popolare, senza il quale i fasti dell’impero ottomano sono destinati a rimanere solo un vecchio ricordo.

Fonti: ISPI – Istituto Studi Politica Internazionale (“La Turchia tra crisi interne e attivismo nel vicinato”, V.Talbot) LIMES – rivista italiana di geopolitica

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