Hong Kong nel contesto internazionale: la politica estera di Trump

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di Silvia Protino

La questione di Hong Kong ha rappresentato un nodo importante nella politica estera statunitense, in particolare durante l’amministrazione Trump. Hong Kong è una regione situata  sulla costa meridionale della Cina e dal 1979 gode di uno speciale status di autonomia politica e giuridica dallo Stato cinese, grazie alla formula “una Cina due sistemi”. Tuttavia, l’autonomia fino ad ora garantita rischia di essere compromessa dalla legge di sicurezza nazionale cinese approvata nella prima metà del 2020. Ed è in questo frangente che gli Stati Uniti ricoprono un ruolo determinante nella gestione della questione. La relazione politica ed economica tra la potenza americana e il porto asiatico ha origine agli inizi degli anni Novanta.

Nel 1992, il Congresso americano emanò una legge chiamata “Policy Act” che stabiliva l’autorità del governo americano di considerare Hong Kong come un’entità non sovrana indipendente dalla Cina[1]. Di fatto, alla regione asiatica autonoma veniva riservato un trattamento speciale da parte statunitense rispetto alla grande potenza cinese. Tuttavia, il Congresso decise che il trattamento differenziato sarebbe dovuto durare solo fino a quando gli Stati Uniti avrebbero considerato Hong Kong sufficientemente autonoma. In altre parole, nel caso la Cina avesse ripristinato una forma di controllo diretto sul territorio autonomo di Hong Kong, gli Stati Uniti avrebbero deciso a loro di volta di ritirare la propria garanzia sulla regione. Difatti, il Congresso ha recentemente emendato la legge del Policy Act aggiungendo l’obbligo per il Segretario di Stato di certificare annualmente lo stato di autonomia di Hong Kong.

I rapporti tra Stati Uniti e Hong Kong iniziarono a mutare nella primavera del 2020. In un periodo in cui la pandemia di Covid-19 aveva leggermente attenuato le proteste interne alla regione, la Cina approvò un nuovo provvedimento che ebbe delle conseguenze rilevanti per Hong Kong e, in un certo senso, anche per gli Stati Uniti. Il 21 maggio, Pechino annunciò che a breve sarebbe stata emanata la nuova legge di sicurezza internazionale, in cui erano previste forti restrizioni delle libertà di Hong Kong, tra cui la soppressione di ogni forma di dissenso politico. Pochi giorni più tardi, precisamente il 27 maggio, il Segretario di Stato americano Mike Pompeo certificò al Congresso che Hong Kong non godrà più del trattamento speciale che fino ad ora gli era stato riservato. Due giorni dopo, il Presidente Trump annunciò che avrebbe revocato lo status speciale dato dalla protezione americana. La legge annunciata dalla Cina non poteva che provocare delle reazioni, più o meno decise, sia da parte americana sia di Hong Kong.

La relazione tra Stati Uniti e Hong Kong ha da sempre beneficiato il cosiddetto Porto profumato. La regione del sud-est asiatico rappresentava per gli Stati Uniti uno snodo cruciale a livello commerciale e finanziario. Inoltre, grazie alla potenza e al prestigio americani, Hong Kong ha conosciuto un notevole sviluppo economico e, soprattutto, è riuscita ad ottenere un importante riconoscimento internazionale. Questo spiega il forte risentimento che la legge cinese ha provocato nella regione asiatica, la quale ha sempre trovato più vantaggioso un legame con la potenza americana piuttosto che con quella cinese, anche perché un legame con la Cina avrebbe scoraggiato l’afflusso di capitali esteri.

Quindi, la legge di sicurezza nazionale promossa dalla Cina ha provocato un certo sdegno per gli Stati Uniti. La già preannunciata rottura con Hong Kong iniziò a concretizzarsi quando la Cina approvò la legge sulla sicurezza nazionale. Di fatto, nel giugno del 2020, la Cina soppresse ogni forma di dissenso politico per gli abitanti di Hong Kong e autorizzò le forze di polizia cinese ad intervenire per sedare le proteste nella regione, limitando drasticamente l’autonomia politica e giuridica di cui aveva sempre goduto. Non solo: il provvedimento cinese violava chiaramente il contenuto della Dichiarazione congiunta sino-britannica del 1984 e la Legge fondamentale di Hong Kong, i due documenti giuridici che garantiscono l’effettiva autonomia della regione. È importante sottolineare che l’allontanamento degli Stati Uniti da Hong Kong è stata l’unica riposta alla trasgressione di Pechino. Al contrario, il Regno Unito, il Canada e il Giappone hanno cercato di mantenere la propria influenza sulla regione. Kurt Hong, diplomatico statunitense e autore dell’articolo “Washington’s Self-Defeating Hong Kong Strategy”, afferma che gli Stati Uniti avrebbero dovuto percorrere “a better path”[2], ovvero cercare una strategia comune con Stati affini come Canada e Regno Unito, sottolineando il fatto che la Cina aveva violato gli obblighi derivanti dai trattati internazionali. Congiuntamente avrebbero dovuto poi sollevare la questione di fronte alla Corte Internazionale di giustizia. La Cina ne avrebbe risentito in termini di prestigio e riconoscimento internazionale e, almeno apparentemente, si sarebbe assunta la responsabilità dei disordini interni a Hong Kong. In sostanza, gli Stati Uniti dovrebbero imporre delle pesanti sanzioni alla Cina ogni qualvolta essa violi il diritto internazionale. Inoltre, gli Stati Uniti dovrebbero mantenere la propria influenza sulla regione di Hong Kong fino a quando sarà possibile, piuttosto che assistere alla sua erosione.

Tuttavia, la scelta americana di interrompere i rapporti con Hong Kong va letta alla luce del cambio di politica estera deciso dall’amministrazione Trump. La nuova politica estera è stata – o voleva essere – una rottura rispetto alle amministrazioni precedenti. La sua campagna elettorale e  la successiva politica estera si sono basate sull’idea di ridurre il ruolo egemonico degli Stati Uniti su scala globale per ripristinare la proprio supremazia. In altre parole, la volontà dell’amministrazione era ridurre l’impegno americano a livello globale, attraverso un ridimensionamento della spinta interventista (che da sempre caratterizza gli Stati Uniti), una riduzione della spesa militare e, soprattutto, un cambiamento nella gerarchia delle priorità: era giunto il momento per la più grande potenza del mondo di anteporre la stabilità all’esportazione della democrazia.

Il diplomatico Tong, nell’articolo sopra citato, conclude che la scelta di Trump potrebbe rappresentare un passo verso l’autodistruzione degli Stati Uniti, ma la perdita di influenza su Hong Kong non è sufficiente affinché declassino in termini di potenza. Secondo Tong, il vuoto lasciato dagli Stati Uniti ha permesso alla Cina di avanzare e di agire indisturbata nella regione di Hong Kong. Senz’altro questa conclusione risulta essere vera. È anche vero, però, che la legge di sicurezza nazionale ha destabilizzato notevolmente la regione di Hong Kong, più della grande potenza americana. Anche perché, il Porto profumato potrebbe non essere più la prima scelta di Washington rispetto ai vicini asiatici come Taiwan e Singapore. In conclusione, Hong Kong è la parte che subisce le conseguenze peggiori della scelta di politica estera americana, sia a livello economico e finanziario, sia da un punto di vista di riconoscimento internazionale. Al contrario, gli Stati Uniti non hanno particolarmente risentito della perdita di Hong Kong. Essendo una grande potenza, troveranno presto un porto altrettanto profumato e vantaggioso in termini di risorse al fine di arginare il proprio – presunto – declassamento di potenza.

Rielaborazione delle fonti tratte da:
ISPI – Istituto per gli studi di politica internazionale
Foreign Affairs
Archivio del Dipartimento di Stato Americano

[1] Archivio del Dipartimento di Stato Americano

[2] Kurt Tong, Washingtons Self-Defeating Hong Kong Strategy, Foreign Affairs

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