L’Irlanda del Nord e la vera partita della Brexit

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di Andrea Stucchi
Colonna sonora consigliata: Sunday Bloody Sunday, U2.
Gli scontri di Belfast all’inizio di aprile hanno riportato l’attenzione sull’Irlanda del Nord. Ad accendere la miccia è stata la decisione del capo della polizia locale di non procedere legalmente contro 24 politici dello Sinn Féin – il partito cattolico nazionalista – per aver partecipato l’estate scorsa assieme ad altre duemila persone al funerale di Bobby Storey, ex membro dell’IRA, in violazione alle norme restrittive anti-Covid. Contro la decisione si sono scagliati i lealisti – o unionisti – rappresentanti di quella parte della popolazione nordirlandese favorevole alla permanenza nel Regno Unito.

Per quanto significativa, la decisione della polizia locale non è che l’ennesima “goccia che fa traboccare il vaso” e nasconde la vera posta in gioco: la sopravvivenza stessa del Regno Unito come lo conosciamo ora, minacciata dalla Brexit. In particolare, l’accordo raggiunto con l’Unione Europea a fine 2020 prevede la permanenza dell’Irlanda del Nord nel Mercato Europeo Comune e reintroduce, seppur in maniera molto limitata, alcuni meccanismi doganali nel Canale d’Irlanda. Queste procedure, che di fatto impongono all’Irlanda del Nord un trattamento fiscale differente dal resto del Regno, rendono le due Irlande più vicine – non essendo divise da alcuna frontiera fisica – e pongono ulteriore distanza tra Ulster e Gran Bretagna, già allontanati dal referendum di cinque anni fa. Infatti, la maggior parte dei nordirlandesi (56%)[1] votò per la permanenza all’interno dell’Unione Europea, di cui fa parte l’Éire (Repubblica d’Irlanda), e che anche per questo motivo viene tendenzialmente vista di buon occhio dai cattolici.

Qui occorre fare una precisazione: la spaccatura all’interno della popolazione dell’Ulster e il conflitto che ne scaturisce non sono di matrice religiosa, ma bensì politica ed etnica. I problemi nell’isola d’Irlanda hanno infatti radici profonde, risalenti alla cosiddetta plantation, un vero e proprio tentativo di colonizzazione dell’isola da parte della corona inglese, che, a partire dal XVII secolo, pianificò la migrazione verso l’Irlanda di coloni britannici con l’obiettivo di stabilirvi un dominio diretto. La popolazione britannico-protestante in Irlanda, in gran parte di origine scozzese, arrivò a rappresentare circa un terzo del totale, concentrata soprattutto in sei delle nove contee che compongono l’Ulster, la porzione nordorientale dell’Isola. È a questo periodo che risale la divisione settaria della popolazione dell’Ulster tra nazionalisti – autoctoni irlandesi di religione cattolica e di lingua gaelica, favorevoli all’indipendenza dell’Irlanda intera – e unionisti – discendenti dei coloni britannici, di religione protestante e lingua inglese, favorevoli all’unione con l’Inghilterra. Londra creò in questo modo un avamposto in Irlanda a cui fare riferimento per il dominio dell’intera isola, formalizzato nel 1801 attraverso la creazione del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda: l’insofferente popolazione irlandese fu la prima a diventare parte del futuro impero britannico.

Nel 1916, nel bel mezzo della Prima Guerra Mondiale, la popolazione irlandese insorse reclamando l’autogoverno: la Easter Rising, minacciando la stabilità del Regno nel momento di massimo sforzo bellico, fu repressa brutalmente, ma la violenza inglese non fermò le rivendicazioni dei nazionalisti che, nelle elezioni del 1918 ottennero a Westminster la maggioranza dei seggi riservati all’Irlanda con il neonato Sinn Féin. A Londra non restò altro che concedere all’Isola Smeralda autonomia istituzionale e militare all’interno del Commonwealth ma, per vendicarsi dal torto subito, impose la permanenza delle sei contee a maggioranza protestante all’interno del Regno Unito attraverso lo Stato dell’Irlanda del Nord, con capitale a Belfast. Ebbe così luogo la partition, un profondo trauma politico mai sanato, ulteriore fonte di violenze. Nel 1949 nacque ufficialmente la Repubblica d’Irlanda ma nella parte settentrionale dell’isola andava avanti un’apartheid de facto che privilegiava con ogni mezzo la componente protestante. A partire dalla fine degli anni 60, le proteste pacifiche per rivendicare i diritti dei cattolici in Irlanda del Nord vennero represse brutalmente da polizia locale e esercito inglese, provocando la reazione dei repubblicani, in particolare dell’Irish Republican Army (IRA), un’organizzazione paramilitare repubblicana che rivendicava l’indipendenza dell’intera isola dal dominio britannico. L’Irlanda del Nord piombò così in un vortice di violenze che si protrasse per trent’anni, caratterizzato dallo spregiudicato uso di modalità terroristiche da entrambe le parti, che provocò circa 3600 morti[2]. In seguito a episodi particolarmente violenti, come la tragica bloody Sunday del 1972, e con il pretesto di evitare una vera e propria guerra, Westminster decise di reintrodurre in Irlanda del Nord la direct rule – dominio diretto.

I cosiddetti troubles continuarono fino alla fine degli anni 90 quando – il 10 aprile 1998 – furono firmati i Good Friday Agreements – accordi del venerdì santo. Sponsorizzati esternamente dall’amministrazione USA di Clinton, prevedevano, tra le altre cose, la fine della direct rule attraverso l’istituzione di un parlamento locale a Stormont; un meccanismo imposto di condominio in cui le due principali fazioni, rappresentate dal Sinn Fein e dall’Unionist Democratic Party, avrebbero dovuto cogestire il potere nei ruoli – praticamente identici – di primo ministro e vice-primo ministro; infine, la possibilità per la popolazione cattolica di indire un referendum per l’annessione all’Éire.

Percentuale cattolica in Irlanda nel 2011 (da SkateTier)

Negli ultimi anni la situazione nell’Ulster è migliorata – le violenze sono diminuite, l’economia è rifiorita e le relazioni con la Repubblica d’Irlanda sono state approfondite – ma il meccanismo di gestione del potere non si è dimostrato né abbastanza stabile né efficace. Tantomeno sono state risolte le contraddizioni all’interno della società nordirlandese, di cui le violenze recenti sono testimonianza. Inoltre, la popolazione cattolica, più fertile e radicata, supererà presto quella protestante. È solo questione di tempo prima che venga indetto un referendum che permetta ai nazionalisti di riunirsi al resto d’Irlanda. Per quanto favorevole alla causa repubblicana, il referendum non risolverebbe affatto la situazione, provocando anzi ulteriori traumi. Prima di tutto, bisogna considerare il futuro della popolazione protestante, che si troverebbe in un territorio totalmente ostile e che probabilmente sarebbe costretta a lasciare casa. In secondo luogo, il precedente irlandese darebbe agli scozzesi la spinta necessaria per indire un nuovo referendum anche se, a differenza dell’Ulster, non è previsto da alcuna legge. Come i nordirlandesi, gli scozzesi si mostrano fedeli alle istituzioni di oltremanica in quanto antitetiche a quelle inglesi, che siano l’Unione Europea, la chiesa cattolica o quella presbiteriana. Per ultimo bisogna considerare l’eventuale reazione inglese: spaventata dalla possibilità di perdere ciò che le rimane dell’impero, la classe dirigente di Londra potrebbe mostrare il pugno di ferro. Il referendum per divorziare dall’Unione Europea, guardandolo dai giorni nostri, non pare altro che la soluzione diplomatica, piuttosto che quella militare, per riprendere in mano il futuro di un regno che sembra voler diventare disunito.

Infatti, se dal punto di vista economico la Brexit potrebbe non essere un buon affare per Londra – tanto che gli euro-entusiasti arrivarono addirittura a chiedere un ulteriore referendum, come se gli inglesi si fossero sbagliati – dal punto di vista strategico è una priorità. A confermare questa visione, basta notare che la stessa permanenza dell’Irlanda del Nord nel Regno Unito è un onere finanziario per gli Inglesi, che ogni anno spendono milioni di sterline per mantenerla[3]. Ma non potrebbero fare altrimenti. La reazione brutale di Londra incontrerebbe quantomeno l’opposizione di Washington, la cui opinione pubblica e politica, con l’influenza della lobby irlandese, non riesce a concepire l’attuale situazione e preferirebbe vedere l’Irlanda unita. Inoltre, in un momento in cui è richiesta la massima coesione per affrontare il nemico cinese, la special relationship non può permettersi una spaccatura del genere. Proprio per questo il governo Johnson sta cercando di far tornare in auge la global Britain, in modo da scaricare al di fuori le tensioni interne al regno.

Mentre Londra non è disposta a mollare un centimetro, i repubblicani intravedono la riunificazione, i lealisti si sento trascurati, l’Unione Europea contesta l’operato inglese (dai vaccini alle dogane) e gli Stati Uniti non tollerano ulteriori distrazioni da ciò che realmente conta per loro. Finché non saranno risolte le contraddizioni interne alle sei contee, esacerbate dall’esterno, la violenza latente nella società nordirlandese troverà sempre un pretesto per scoppiare.

Fonti:

Bellocchio Luca, I sicari della pace. L’Irlanda del Nord e lo spettro di una nuova guerra civile, Milano, Meltemi Editore, 2019;

Fabbri Dario, Cosa conta nell’accordo tra Londra e gli europei, «limesonline», 30 dicembre 2020;

Brexit: ecco l’accordo, «ISPI», 24 dicembre 2020;

O’Carroll Lisa, Northern Ireland unrest: why has violence broken out?, «The Guardian», 8 aprile 2021.

[1]   https://www.nytimes.com/interactive/2016/06/24/world/europe/how-britain-voted-brexit-referendum.html

[2]   https://www.britannica.com/event/The-Troubles-Northern-Ireland-history

[3]   https://www.bbc.com/news/uk-northern-ireland-55361921

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